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Pasqua in Campania…luoghi e tradizioni da non perdere!

La Campania e le sue antiche tradizioni, tra riti e ottimo cibo!

Aprile, il mese dei colori, della rinascita primaverile dal letargo invernale. Forse per questo c’è chi vuole far derivare il nome dal latino aperire, cioè aprire, con chiaro riferimento allo sbocciare, allo schiudersi di fiori e piante.

Rinascita della natura, dunque, ma anche Resurrezione del nostro Signore. E sì, in questo mese si celebrerà la più importante ricorrenza della religione cristiana, la Pasqua.  E tanti sono i riti e le tradizioni popolari che in Campania si rispettano durante questo periodo. Oltre alle canoniche celebrazioni sacre, sono numerosissime infatti le usanze tipiche del nostro territorio tramandate di generazione in generazione in occasione della settimana Santa.

E allora trascorriamo gli ultimi giorni di Quaresima tra le province della nostra regione, scoprendone curiosità, usi e folklore.

Il primo appuntamento è quello della Domenica delle Palme, detta anche Domenica della Passione del Signore. È la domenica precedente alla Santa Pasqua e si celebra il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme, accolto dalla folla festante che agita rami di palma, simbolo di acclamazione e regalità. Data la scarsa reperibilità delle palme, in Campania, così come nel resto d’Italia, si è soliti usare rametti di ulivo, che vengono benedetti dal sacerdote durante la celebrazione liturgica e poi utilizzati dal capofamiglia nel giorno di Pasqua per benedire a sua volta la tavola imbandita. A Sorrento c’è chi ancora oggi conserva la tradizione di addobbare i rametti di ulivo con fiorellini di carta pesta e piccoli caciocavallo per consumarli dopo la benedizione.

I primi giorni della settimana sono dedicati alla preparazione dei dolci, e in ogni famiglia campana che si rispetti non può mancare la pastiera cotta in forno (a base di ricotta, uova, pasta, lardo, frutta candida, grano duro, vaniglia). L’origine di questo dolce è antichissima, risale addirittura a tradizioni pagane, celebranti il ritorno della primavera. Non tutti sanno che la versione che ritroviamo sulle nostre tavole è stata ideata dalle monache del Monastero di San Gregorio Armeno che vollero collegare il profumo delle arance del proprio giardino agli altri ingredienti simbolo di nuova vita.  Altra specialità tipica è il Casatiello: si tratta stavolta di una torta salata la cui forma tonda simboleggia la corona di spine alla quale fu costretto Gesù. Anche le uova, simbolo della resurrezione di Cristo, che rinasce come un pulcino, inserite con l’intero guscio, a metà tra l’impasto e l’esterno, sono ricoperte da una croce di pasta per ricordare il martirio. Tra le numerose varianti dolci del casatiello rustico la più misteriosa è quella tipica dell’isola di Procida: ogni famiglia, infatti, custodisce una ricetta antica e tradizionale che si tramanda di padre in figlio e non viene rivelata a nessun altro.

Foto: Milena, lettrice di turismocampano.it

L a fine della Quaresima è segnata dalla celebrazione dell’ora nona del Giovedì Santo. A questo giorno è collegata la tradizione dello struscio a via Toledo. Essa prende vita dal rito della visita ai ‘Sepolcri’, allestiti nelle chiese di tutte le città per conservare con la dovuta solennità la Santissima Eucarestia, istituita da Gesù durante l’ultima Cena. Il numero delle chiese da visitare deve essere sempre in numero dispari, generalmente tra 5 e 7, e a Napoli nel ‘700 le più importanti si trovavano lungo il tragitto che va da Via Toledo fino a Piazza del Plebiscito. Ciò indusse il re Ferdinando a varare un bando per vietare la circolazione di carrozze, carri e cavalli in questa zona, letteralmente presa d’assalto dai fedeli. Dal rumore delle suole delle scarpe e dello strusciarsi degli abiti provocato dall’immensa folla, che si muoveva lentamente, deriva appunto lo struscio.

Le processioni del Venerdì Santo sono molto sentite in Campania. Si tratta di una tradizione forse importata dalla Spagna e che rievoca la Passione di Cristo attraverso dei cerimoniali, detti “misteri”, che si snodano per le vie cittadine tra fiaccolate, penitenti incappucciati, struggenti melodie sacre e rappresentazioni simboliche. Tra le manifestazioni più importanti ricordiamo: la Processione Bianca e la Processione Nera a Sorrento, quella delle Croci e dei Paputi nel piccolo borgo medievale di Terravecchia di Sarno, il Corteo storico di Acerra, la  rappresentazione della Passione a Gesualdo, la processione dei battenti a Minori e quella dei Misteri in cartapesta a Sessa Aurunca.

Solo in alcuni borghi campani è conservata l’usanza della benedizione dell’acqua e del fuoco effettuata dal sacerdote alla fine della messa del Sabato Santo, mentre è comune a tutti l’apoteosi e il giubilo della Domenica di Pasqua, manifestata, dopo la celebrazione liturgica, in tutte le case soprattutto con abbondanti pranzi, ricchi di specialità.

E, per concludere, tradizione vuole che il lunedì di Pasquetta sia dedicato alla scampagnata per divertirsi tra grigliate all’aperto e passeggiate rilassanti. E in quanto a luoghi incantevoli in grado di soddisfare tutte le esigenze, la Campania offre l’imbarazzo della scelta, rimandiamo per questo al nostro precedente articolo sulla Primavera.

Buone festività dallo Staff di TurismoCampano.it

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La leggenda della sirena Parthenope: il mito della nascita della città di Napoli

Quella del mare è una presenza indissolubilmente legata alla storia, alle leggende e ad ogni attività della vita quotidiana della città di Napoli. L’immagine del golfo, con  le pendici del Vesuvio sullo sfondo che degradano piano verso la costiera Sorrentina, è  il biglietto da visita di questi luoghi, il panorama che attira qui turisti da tutto il mondo. E proprio in questi primi giorni d’estate la folla di visitatori cresce e il lungomare della città si riempie di persone ammaliate dalla meravigliosa distesa di acque blu che si perde oltre l’orizzonte.
Tra la folla ci sono anch’io, seduto sugli scogli bianchi ai piedi del famoso Castel dell’Ovo. Il rumore del vento e delle onde che si infrangono sembrano  le voci insistenti di due bambini determinati ad attirare la mia attenzione ad ogni costo. E io li accontento, concentrato come sono sull’importanza di queste acque per la città che sorge alle mie spalle.
Commercio, pesca, turismo; la sopravvivenza stessa di Napoli, come accade per tutte le città portuali, è stata scandita nei secoli dall’incessante e insistente cozzare dei flutti che ho di fronte. La nascita stessa dei primi centri abitati qui ha a che fare con il mare; e le leggende con cui quegli eventi ci sono arrivati dal passato sono state unite per sempre al destino della città, incise in eterno nel suo stesso nome.
L’appellativo “Partenopeo”, infatti, deriva dal nome di colei che nelle leggende locali è identificata come la fondatrice di queste terre, Parthenope.
Personaggio ricco di fascino, legata a questi luoghi da leggende che risalgono a popolazioni greche del III secolo a.C., Parthenope, per sua stessa natura, richiama l’idea del mare: altro non era, infatti, che una sirena.
Non certo l’unica sulle coste della Campania, Parthenope era la tipica sirena delle leggende greche: un essere dalla testa di donna e il corpo di uccello rapace, diverso dalla donna dalla coda di pesce, immagine che nascerà solo nel medioevo.

Il luogo in cui si diceva vivesse, insieme alle sorelle, è stato identificato con il piccolo arcipelago de Li Galli, al largo di Positano. I tre isolotti che compongono l’arcipelago erano, infatti, noti nell’antichità come “Le Sirenuse”, proprio ad indicare il luogo come dimora di queste straordinarie creature.
Osservando il panorama dall’alto, in effetti, non può sfuggire la forte sensazione di osservare un paesaggio mitologico, carico del fascino dei millenni e di antichi segreti. Proprio qui le più azzardate supposizioni vorrebbero individuare il luogo dell’incontro tra l’eroe greco Ulisse e le creature metà donna e metà uccello, descritto da Omero nell’Odissea.
Difficile dire se queste teorie siano plausibili; certo è che questo episodio è strettamente collegato al mito della nascita della città di Napoli.
Se tutto fosse vero, infatti, proprio tra gli isolotti de Li Galli Ulisse decise di affrontare le sirene. Questi esseri erano capaci di cantare melodie straordinarie e, con queste, erano solite incantare gli sfortunati marinai che incrociavano il loro cammino, destinando le loro navi ad un sicuro naufragio. L’astuto Ulisse, però, con un abile stratagemma, riesce a salvare la propria nave insieme a tutto l’equipaggio, superando incolume la dimora delle sirene. Tra queste vi era proprio la nostra Parthenope, la più bella di tutte. Fiera della propria abilità nel canto, certa che nessuno potesse sfuggire al magico suono della propria voce, la sirena non accetta la sconfitta subita di fronte all’ingegno dell’eroe greco e si lascia annegare tra le acque dell’arcipelago. Il mare stesso, però, non accetta la perdita di una creatura di tanto splendore e le onde ne raccolgono il corpo ormai privo di vita. Trasportata dalle acque, Parthenope si arena proprio nel golfo di Napoli ed il suo corpo darà vita a parte della costa. Il luogo esatto dove si fermò il corpo è identificato con l’isolotto di Megaride, proprio qui, dove ora sorge Castel dell’Ovo.
Ecco, dunque, che anche nel mito sulla nascita della città si vuole sottolineare, con un racconto carico di simbolismo, come la vita in questi luoghi arrivi direttamente dalle acque che li bagnano.
Una leggenda molto meno affascinante vedrebbe, invece, in Parthenope una fanciulla perdutamente innamorata del giovane Cimone. Ostacolati nel loro amore dal padre di lei, i due giovani amanti fuggono dalla cittadina della Grecia in cui vivevano per giungere proprio nel golfo di Napoli. Qui avrebbero fondato il primo nucleo da cui si sarebbe poi sviluppata nei secoli la città.
Tuttavia, passeggiando tra questi scogli, la fantasia mi porta ad individuare nella costa la figura della splendida sirena giunta qui nel suo ultimo istante di vita. Il sole, l’odore ed il rumore del mare; per un attimo mi sento quasi come se camminassi in un passo dell’Odissea. Ritrovandosi qui è quasi impossibile non credere al mito della sirena.

Davide Lepore

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I mestieri ambulanti nel Cilento

Tra i tanti mestieri del Cilento ve ne erano di quelli a posto fisso, con regolare bottega, altri itineranti. Molti, anche bravi artigiani, giravano da casolare a casolare offrendo le loro prestazioni, ricavandone modesti guadagni consistenti in pochi soldini o, normalmente, in generi in natura.

Alcuni di quei mestieri consistevano sulla semplice prestazione manuale, altri nel baratto di merci, altri ancora in vere e proprie compravendite.

`U Conzapiatti

Il conciapiatti girava per le campagne dove veniva impiegato nella riparazione di piatti, scafe, vasi di terra cotta e ruagne (vasellame di coccio) rotti. La bravura consisteva nel bucare i cocci, con un trapano ad arco, e attaccare con mastice di gesso e filo di ferro, in modo da renderli ancora efficienti.
La semplice riparazione di un piatto, che poteva essere usato ancora per anni, per il prezzo che richiedeva, era semple meno costosa che comperarlo nuovo.
Tuttora, nei vecchi vasci, locali terranei, si trovano vecchi oggetti riparati dal conzapiatti, sicuri reperti di museo della cultura contadina.
All’occorrenza `u conzapiatti si prestava anche a riparare gli ombrelli.

`U conza `mbrelli

I conciaombrelli, specie nelle botteghe a posto fisso, erano i barbieri che avevano singolare maestria per quelle riparazioni. Ma il conzambrelli ambulante portava la sua opera a casa del cliente, riparando ombrelli che da anni venivano usati, sino ai limiti delle loro possibilità. Poi alla fine, dallo stesso conciaombrelli, veniva acquistato un nuovo ombrello che, per la maggior parte dei casi, trattavasi di uno degli ombrelli usati che l’ambulante portava sulle spalle.

Il barbiere

Il mestiere del barbiere era esercitato, per lo più nei grossi centri, con propria bottega. Le sue prestazioni erano quelle del taglio dei capelli, della rasatura delle barbe, ma anche di conciare ombrelli e di apporre sanguisughe o fare salassi, su prescrizione medica, agli ammalati di polmonite. Nel salone, nei giorni di festa, affluivano i clienti dai piccoli centri o nuclei abitati sparsi per le campagne.
Normalmente era consuetudine degli uomini di radersi almeno una volta la settimana, o anche ogni quindici giorni, con un vecchio rasoio che veniva affilato su di un pezzo di ardesia. Per il taglio dei capelli correvano anche alcuni mesi tra un taglio e l’altro. Il padre provvedeva al taglio dei capelli dei figli ed anche dei vecchi che non potevano più muoversi di casa. Per la sistemazione dei capelli sulla nuca, si seguiva il segno della coppola o anche di una scodella.
Non mancavano, però, barbieri ambulanti che davano le loro prestazioni a casa di clienti che di tanto in tanto si facevano sbarbare e tagliare i capelli.
Come già si è detto, il barbiere, anche se ambulante, conciava anche gli ombrelli.

Il fotografo

Molti furono i fotografi ambulanti che girarono per le campagne del Cilento. Anche nelle più lontane e sperdute contrade tra i monti, piacque sempre farsi ritrarre e fare fotografare i membri della propria famiglia singolarmente o in gruppo.
Molte famiglie tra gli oggetti loro cari conservano fotografie di antenati di cui hanno perduto il ricordo, sia dei nomi che del rapporto di parentela. Altri in quadretti mantengono appesi alle pareti vecchi dagherrotipi del secolo passato che, in molti casi, ci tramandano l’aspetto dei costumi dell’epoca.

Il pasticciere

Nelle grandi ricorrenze familiari, specie nei matrimoni, i pasticcieri ambulanti venivano soventemente ingaggiati. Essi, qualche giorno prima della cerimonia, si recavano a casa dei festeggiati preparando dolcetti di vari tipi. Al pasticciere dovevano essere forniti farina, uova, latte, zucchero, mentre ai vari coloniali ed essenze provvedeva lo stesso pasticciere. Tutti in famiglia prestavano l’aiuto che veniva richiesto e, nel forno acceso a temperatura voluta, venivano cotti i dolcetti.

`U conzacauràre

Anche il mestiere dello stagnino veniva esercitato a casa dei clienti, e veniva denominato conzacauràre. Egli veniva vivamente richiesto perché, essendo la stoviglieria di cucina quasi tutta di rame, periodicamente occorreva stagnare i fondi delle pentole per evitare possibili avvelenamenti da rame. Con l’occasione si facevano stagnare anche le posate di ferro, e si riparavano pentole rotte.

`U ramàro

Di tanto in tanto, col suo carretto carico di oggetti di rame, transitava il ramaio che forniva pentole nuove. Gli acquisti non mancavano e la cucina si riforniva di nuove pentole. Sul costo dell’acquisto, quasi sempre si barattava il pezzo di rame da sostituire.

`U molafuórfece

`U molafuórfece, l’arrotino o molaforbici, circolava per il Cilento spingendo faticosamente il suo marchingegno, facendolo rotolare sulla ruota che avrebbe dovuto azionare la mola.

Gli arrotini meno poveri circolavano con un carrettino tirato da un asino. Anche questo artigiano itinerante era atteso dai suoi clienti. Anche se al contadino non mancava una cota per affilare i suoi attrezzi di mestiere, spesso si aveva bisogno dell’arrotino per dare una sistemazione alla coltelleria di casa, specie delle forbici che volevano una mano addestrata per la loro molatura.

`U zìngaro
`U nzìngaro o zìngaro, girovagando per il Cilento, periodicamente passava dai suoi clienti. Egli era molto bravo nei lavori in ferro ed in campagna gli attrezzi avevano bisogno di manutenzione. Particolarmente si impegnavano per ferri di aratro, del frantoio, scalpelli, puntilli, cardini, succhielli, carrucole, forchettoni, ed altro. Agli zingari si potevano chiedere i lavori più vari e ad essi ci si affidava per le tempere dei metalli degli attrezzi di lavoro consumati o spezzati. In questo campo si può affermare che una tempera al metallo data da uno zingaro si poteva dire perfetta. Ancora in molti vasci si notano varole, penne di zappe consumate e azzareate, cioè riallungate, con un pezzo di acciaio, saldato col fuoco e a colpi di martello. Dopo decenni di lavoro, le azzareature si sono solo in parte consumate, ma giammai si sono più dissaldate. Gli zingari erano anche molto abili nel costruire ottimi “scacciapensieri”.

`U pezzàro
Il pezzàro, il pezzaio, il raccoglitore di stracci, ritirava stracci vecchi, ferro e metalli vari, ossa di animali ed oggetti fuori uso, dando in cambio qualche pezzo di ruagna (oggetto in terra cotta) e se ci fosse stato presente qualche bambino, un fischietto di terra cotta. Il termine si applica anche ai venditori ambulanti di stoffe e vestiti in genere.

`U piattàro
Il piattàro era colui che con un piatto di fichi di pessima qualità o di poco conto, dava il corrispettivo in piatti. Per una insalatiera o una scafarea o una piatta (grosso piatto di ceramica o di ferro smaltato), le trattative si prolungavano all’infinito e, alla fine, restavano tutti soddisfatti.

`U sapunàro
`U sapunàro era colui che ritirava olio non del tutto commestibile, pagandolo con pezzi di sapone. Anche in questo caso, accanite discussioni si prolungavano sul deprezzamento dell’olio e la bontà del sapone da parte del saponaro.

Nel Cilento, proprio perché si poteva disporre di olio, le donne producevano sapone in grande quantità per l’uso familiare, ma la novità dell’acquisto era una variante alla vita quotidiana, perciò non macava mai nel vascio una vesenèdda (anfora di olio non buono), in attesa del sapunàro che, se tardava più del solito, costituiva un pensiero nell’attesa.

`U mureàro
Il mureàro si presentava poco dopo la campagna della molitura delle olive, per fare acquisto di mòrea, cioé la feccia depositata in fondo agli ziri dal nuovo olio. Anche il moreàro pagava la mòrea con pezzi di sapone o anche con denaro.

`U tartaràro
Il tartaràro per l’acquisto del tartaro, si apprestava a raschiarlo personalmente dalle botti, nelle quali si infilava albilmente, attraverso la riola, il mezzule ovvero il portellino del recipiente.

Il tartaro acquistato veniva racchiuso in un largo fazzoletto di colore blu a fiorellini bianchi, fazzoletto che è passato nella proverbiatica paesana, per le sue dimensioni, come `u fazzuletto r’u tartaràro.

Il tartaràro pubblicizzava la sua presenza con la tradizionale voce: `u tartararo c’a pacienza. Davvero il suo mestiere richiedeva molta pazienza, ma forse, anche per la pazienza che egli aveva nelle trattative con le donne sul valore del tartaro, prima e dopo il recupero dalla botte.

Fonte: http://www.vacanzeitinerari.it/schede/i_mestieri_ambulanti_nel_cilento_sc_2304.htm

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Chesta è Massa – dicette Sardella

La Marina di Puolo si trova esattamente a metà strada fra la Marina Grande di Sorrento e la Marina della Lobra e a tale proposito si narra l’aneddoto di Sardella. Questi era un pescatore della Marina Grande che faceva da Caronte ai viaggiatori che, una volta giunti a Sorrento, avessero voluto proseguire per Massa via mare senza dover affrontare la sconnessa mulattiera.

Un giorno sbarcò a Sorrento un viaggiatore il quale, pur volendo evitare il percorso terrestre, non era assolutamente disposto ad accettare di pagare la somma richiestagli per il passaggio, ma pretendeva di pagarne solo la metà. Dopo una lunga ed estenuante trattativa, Sardella “cedette” alle insistenze del viaggiatore, lo fece salire in barca, intascò i soldi, e incominciò a remare alla volta di Massa.

Giunti a Puolo, accostò, fece scendere il passeggero facendogli credere che si trattasse della Marina della Lobra e se ne tornò tranquillamente alla Marina Grande. Di qui nasce la tradizione, che ormai solo pochi mantengono viva, di dire: “Chesta è Massa – dicette Sardella” al passaggio davanti alla Marina di Puolo.

Fonte: http://digilander.libero.it/leggendeitaliane/leggende/campania/Chesta%20%E8%20Massa%20-%20dicette%20Sardella.htm

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La leggenda di Castel dell’Ovo

Il discorso sull’esoterismo a Napoli si fa molto interessante nel Medioevo normanno e angioino, quando si sviluppò, e vi trovò enorme credito, la teoria di Virgilio il Mago.

I rapporti del grande poeta latino con Neapolis sono moltissimi; la città che ancora ne onora la tomba nel parco di Fuorigrotta che porta il suo nome, presenta due diverse direttrici “d’amore”: quella colta che riguarda la sua prestigiosa opera letteraria, e quella popolare che lo venera quale Mago- Salvatore della città stessa; il “Liberatore” da varie iatture come, ad esempio, invasione di insetti o serpenti, con l’ausilio di particolari “incantesimi”.

La testimonianza più affascinante di questa “credenza” resta il nome di “Castel dell’Ovo” alla turrita struttura dell’isolotto di S. Salvatore, la greca Megaride, unita in seguito alla costa (artificialmente) dal Borgo Marinaro. In effetti l’origine del nome resta alquanto misteriosa se non si analizza bene il “nome” stesso. Per prima cosa gli studiosi di alchimia sanno che il termine uovo o meglio uovo filosofico è il nome “esoterico” dell’ Athanor, il piccolo forno chiuso, il matraccio di metallo o di un particolare vetro nel quale avveniva la lenta trasmutazione degli elementi primari – zolfo e mercurio – in metallo “prezioso”, L’oro alchemico. Operazione iniziatica che definiva, in effetti, una profonda mutazione dello spirito e dell’intelligenza dell’operatore.

A Napoli, nel periodo medioevale, fiorisce una grande scuola ermetica che si occupa di alchimia. I processi di “liquefazione”, “soluzione” e “calcinazione” sono favoriti da una particolare terra vulcanica offerta dal Vesuvio mentre la distillazione dell’acqua marina era ritenuta l’unico surrogato alla rugiada raccolta nella notte – l’acqua degli alchimisti – che doveva possedere un grado altissimo di “purezza cosmica”.

Megaride divenne presto, già nell’età classica, rifugio di eremiti che occuparono le piccole grotte naturali ed i ruderi delle costruzioni romane della grande domus luculliana che dalle pendici di Pizzofalcone giungeva all’isolotto di Megaride. I monaci Basiliani riutilizzarono poi le possenti colonne romane per ornare la sala del loro “cenobio”, come ancora si può notare visitando Castel dell’Ovo.

E’ noto che molte ricerche alchemiche avvenivano celate ai più proprio nel segreto di alcuni monasteri medievali ed è confermata la presenza sull’isolotto di monaci alchimisti. In un antico documento, si legge di un antico amanuense che aveva speso tutta la sua esistenza “… nello studio e nella trascrizione di Virgilio…”. E le continue e appassionate ricerche operate da studiosi hanno testimoniato più volte la profonda “cultura virgiliana” della classe colta e religiosa napoletana tra il Medioevo angioino e il Rinascimento aragonese. Infatti si è già accennato a quell’amore particolare dei napoletani per il poeta mantovano. Virgilio, narrano molte cronache medioevali napoletane, entrò nel castello di Megaride e vi pose un uovo chiuso in una gabbietta che fece murare in una nicchia delle fondamenta, avvisando che alla rottura dell’uovo tutta la città sarebbe crollata.

Altre versioni parlano di un uovo sigillato in una “caraffa” di cristallo sempre murata in un luogo segreto del castello con la stessa raccomandazione. Così nasce il nome di “Castel dell’Ovo” che l’isolotto ha sempre conservato, e lo si evince sia dagli scritti antichi che da una radicata tradizione orale.

L’ipotesi che ne deriva è questa: Virgilio apprende il metodo di “distillazione” da un seguace dei misteri orfici ancora operante nella campagna napoletana e si procura un recipiente adatto per distillare ed operare nel segreto di “laboratori” ospitati in ville patrizie di nobili che, ottemperando al volere di Mecenate Ottaviano, renderanno al Mantovano del tutto sereno il soggiorno napoletano. Virgilio, che ha studiato proprio a Napoli alla scuola del epicureo Sirone ed ha nel cuore Esiodo e Lucrezio, si addentra sempre di più nella conoscenza segreta della natura iniziandosi ai culti di Cerere e Proserpina allora vivissimi a Neapolis. Ma allora Virgilio è veramente un “mago” pre-alchimi- sta? Perché Dante Alighieri, il più “iniziato” dei nostri poeti, affiliato per sua stessa ammissione alla setta dei Fedeli d’Amore a Firenze, iscritto alla corporazione de’ medici e speziali che ha lasciato il più eccelso ed inquietante libro “esoterico” nella immortale Commedia, ha voluto come “guida” proprio Virgilio? Di certo Napoli l’amò moltissimo, e lo ritenne prima di S. Gennaro protettore a tutto tondo. Tant’è che morto a Brindisi nel 19 a.C. onora da sempre la “tomba” napoletana.

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Pulcinella

L’origine della maschera tradizionale partenopea è lontana ed incerta così pure il significato del suo nome.

C’è chi lo vuole discendere da ‘ Pulcinello ‘ cioè piccolo pulcino per via del suo naso adunco, chi invece propende per ‘ Puccio d’Aniello ‘ un villano di Acerra del ‘600 che dopo aver preso in giro una compagnia di commedianti girovaghi si unì a loro come buffone.

La maschera di Pulcinella ha la sua variante francese in ‘ Polichinelle ‘ , un fanfarone gradasso con doppia gobba e un vestito vistoso e una inglese con ‘ Punch ‘ dall’ umore malinconico e brutale.

Esiste un momento centrale ed illuminante, nella storia dei rapporti fra Pulcinella e Napoli, fra Pulcinella ed il teatro ed, in particolare, fra Pulcinella e l’attore : esso coincide con la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700, allorché la storia dello spettacolo a Napoli si fa suggestiva misura della storia stessa della città e della sua vita culturale. Vi fiorisce un teatro di prosa dialettale, espressione di una straordinaria attenzione alla lingua ed al costume. Vi nasce una ricca e fertile generazione di teatranti: teorici, drammaturghi e commediografi, librettisti, musicisti, attori e cantanti, impresari. Inoltre, si rinnovano le strutture cittadine di spettacolo: si apre il San Carlo e, all’estremo opposto del consumo sociale del teatro, il non meno nobile San Carlino e si afferma la commedia in musica, detta opera buffa, capace di espandersi ed affermarsi per l’intera Europa con caratteri che hanno fatto pensare addirittura ad una ‘ scuola musicale napoletana ‘.

Il teatro rinasce, dopo esaltanti esperienze della commedia dell’arte praticata trionfalmente in Europa per tutto il ‘600 ed in questa prima metà del ‘700. La maschera ha rappresentato e rappresenta tuttora la ‘ plebe napoletana ‘ da sempre oppressa dai vari potenti che si sono succeduti, affamata e volgare, smargiassa, codarda e dissacrante. Molti attori hanno impersonato sulla scena il personaggio di Pulcinella ma il più famoso di tutti è stato Antonio Petito trionfatore sul palcoscenico del San Carlino che, nonostante fosse quasi analfabeta, scrisse alcune commedie di grande successo che avevano come protagonista lo stesso Pulcinella.

Fonte: http://digilander.libero.it/leggendeitaliane/leggende/campania/Pulcinella.htm

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Ceramica Vietrese

La fama di Vietri è indissolubilmente legata all’artigianato ceramico che è sempre stato uno degli elementi fondamentali dell’economia. La documentazione scritta più antica risale al sec. XV, quando venivano prodotte langelle di nuda terracotta.

In quegli anni Vietri era uno dei tanti centri di una più vasta realtà produttiva, che interessava Nocera, Cava, Salerno. Tra l’altro privo della materia prima, l’argilla, di cui, invece, erano particolarmente ricche Nocera e Salerno. Ma coi secc. XVI-XVII si assiste ad una evoluzione della struttura produttiva vietrese in chiave protoindustriale.

La felice posizione di Vietri sul mare all’interno del commercio tirrenico, il diretto rapporto degli opifici con la spiaggia, centro gravitazionale della locale economia, il naturale apporto idrico che alimentava la forza motrice degli opifici, le retrostanti colline ricche di legname, la formazione di una locale classe imprenditoriale molto attiva, particolarmente legata al commercio con la Sicilia, la Sardegna, la Toscana, la Liguria, sono tutti elementi che favorirono lo sviluppo delle locali faenzere.

Le alte fornaci a tre piani, affidate alla protezione di Santo Antuono, sfornavano migliaia di piatti, di giare, di boccali. I motivi decorativi tradizionali si rifanno ad una realtà arcadica, al di fuori del tempo e dello spazio, schematizzati nel segno del particolare decorativo. Pastori e contadinelle, paesaggi agresti, chiesette di campagna, casolari, animali che popolano lontane foreste, estranee al reale paesaggio vietrese, fatto di sole e di macchia mediterranea, che si staglia sul fondale azzurro del cielo che si fonde col mare. Sono questi i colori ripresi dalla tavolozza vietrese, filo conduttore d’una tradizione che si rinnova, nel decoro e nella forma, ma che non tradisce mai la qualità della materia, legata alla corposità dello smalto ed alla velocità delle ampie campiture di colore, alla cui stesura si adattano il gesto veloce della spugnetta o del pennello e l’agile gioco del polso.

Fonte: http://www.vacanzeitinerari.it/schede/ceramica_vietrese_sc_305.htm

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Mascarata

Le origini della danza sono a tutt’oggi poco chiare. Esse sembrano però essere strettamente connesse al passato ellenico dell’isola (800 a.C.) per la struttura estremamente complessa del ballo.

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 un numero considerevole di buonopanesi, complice lo stato di povertà, fu spinto ad emigrare negli Stati Uniti. Qui, a New York, un gruppo di oltre 160 persone iniziò a ballare la danza che, a sua volta, fu repressa dalle autorità statunitensi perché interpretata come un addestramento di un gruppo sovversivo filo-comunista. Da ciò ne risultò l’immediata espulsione dei ballerini dal paese. In questo arco di tempo, ovvero tra la fine dell’800 e gli anni ’20, si verificò un periodo di “silenzio folklorico”, in quanto in vi erano più gli interpreti della danza. Ma gli abitanti di Buonopane, una volta rimpatriati, ripresero ad eseguire la danza sotto una delle secolari querce del loro paese. È importante ricordare che in questo periodo la danza veniva ballata da maschi e femmine, cosa che, a partire dalla seconda metà degli anni ’40, fu rigorosamente proibita.

Fu proprio in questa decade che la mascarata subì cambiamenti radicali. Il ballo stesso non fu più definito mascarata, bensì ndrezzata. Inoltre, il tipico costume della mascarata, che attingeva agli abiti dei pescatori del ‘600, fu sostituito da un abito di cortigiano spagnolo. La struttura del ballo fu portata da due a tre tempi grazie all’introduzione di una sfilata iniziale e finale. La predica, che nella mascarata veniva recitata alla fine della danza, fu introdotta all’inizio e, al contempo, fu stravolto il suo testo.

Negli anni ’90 un gruppo di ragazzi del paese di Buonopane, in seguito ad una serie di ricerche riguardanti la storia e l’evoluzione della ndrezzata nel corso degli ultimi secoli, riportarono in vita il ballo della mascarata. Tale ballo è tutt’oggi eseguito dai soci dell’Associazione Scuola del Folklore, fondata dai ragazzi che condussero quelle ricerche.

La struttura

La Mascarata rappresenta una delle più caratteristiche danze di spade italiane. Essa si articola in due tempi: ballo e predica finale. All’inizio della danza i ballerini, raggruppati in 8 o 10 coppie, formano due centri concentrici. Il cerchio interno è costituito da femmine “armate” di spade bianche nella mano sinistra e da bastoni nella mano destra. I maschi, che formano il cerchio esterno, sono anch’essi “armati” di spade (azzurre) e bastoni. Le diverse e complesse figure della danza sono introdotte dal comando del caporale, che le indica anticipando il verso di ogni strofa. I ballerini cominciano così a scambiarsi violenti colpi intrecciando le proprie spade e i propri bastoni. Il principale conduttore melodico è il canto corale (sebbene accompagnato da tamburelli e clarinetti), mentre la scansione ritmica è data dal frenetico battito dei bastoni e delle spade di legno.

Il testo del canto è a struttura variata in quanto è caratterizzato da quartine di settenari alternate a strofe che ricordano il marchigiano ballo della castellana. Lo stesso testo tende a sottolineare il carattere carnascialesco della danza in quanto sono presenti continue allusioni ironiche a personaggi (il Re, Garibaldi) o eventi storici importanti del momento.

Nel corso della danza, i maschi ruotano intorno al cerchio interno e, durante alcune strofe, si sostituiscono alle compagne andando a formare il cerchio interno mentre le femmine vanno a formare quello esterno. Al termine della danza, le femmine intrecciano i propri bastoni per poter issare il caporale, il quale recita la “predica”.

Il costume

Il costume dei ballerini attinge agli abiti dei pescatori del ‘600.

I maschi indossano una camicia di seta grezza e un pantalone di lino lungo fino alle ginocchia. Inoltre, vestono una giubba rossa di canapone e un cappelo di lana (bianco). In vita portano una sciarpa di lana azzurra. Lo stesso vale per il costume delle femmine, le quali, a differenza dei ballerini maschi, vestono un corpetto azzurro. La sciarpa in vita e il cappello sono rossi.

La danza veniva e viene tuttora ballata a piedi nudi.

Il testo

(

« Trallera, trallera, tirà tirallalleraTrallera, trallera, tirà tirallallera e tirallirallallera zingariello pe’ l’ariulà

Trallera, trallera, tirà tirallallera e tirallirallallera zingariello pe’ l’ariulà

Trallera, trallera, tirà tirallallera

Trallera, trallera, tirà tirallallera e tirallirallallera zingariello pe’ l’ariulà

Trallera, trallera, tirà tirallallera e tirallirallallera zingariello pe’ l’ariulà.

Tu vile comme sfila

‘stù vuzzo ‘ngoppe all’acqua

oinè che t’aggio fatto

e nu ‘nge ‘a velimmo cchiù

e nu ‘nge ’a velimmo ‘cchiù.

‘Ndunino Napulione

s’ha fatto nu dagone

s’ha fatto nu daghino

e ‘Ndunino e Giacummino

e ‘Ndunino e Giacummino.

Nun saccio che vulisse

nu lietto re viole

ma mò nn’è tiempo ancora

e accuntentete ppe’ mò

e accuntentete ppe’ mò.
Una roie e tree

quatt’ cinche sei sette e otto

Una roie e tree

La povera Esterina

che guaio s’ha mise ‘nguollo

‘a iatta mariola

s’ha magnato ‘o capecuollo

s’ha magnato ‘o capecuollo

‘Mpunto mezzanotte

passaie n’aeroplano

e a sotto steve scritto

Evviva ‘o Rre italiano

Evviva ‘o Rre italiano.

Io vengo da Milano

con una spada in mano,

incontro la mia

e nge ‘u ‘nfizzo ‘nda pelosa

e nge ‘u ‘nfizzo ‘nda pelosa.

La lana che ne fai

la febbre fa venire

nu’ matarazzo ‘e stoppa

e cchiù frische ce’ fa stà’

e cchiù frische ce’ fa stà’

La povera vicchiarella

tu vi’ comm’è ridotta

sott’ all’aria strotta

e nun pòte accumparè

e nun pòte accumparè.

E mastu Rafaele

è nu capo fumatore

pe’ s’appiccia’ na pippa

ce’ metteva doie tre ore

ce’ metteva doie tre ore.

E la la la sempe cheste saie fa’

e mastu Rafaele

e nun ’nde ‘ngarrica’

e nun “nde ‘ngarrica’.

Facciata

pitintosa

dincell’ a mammità

Facciata

pitintosa

dincell’ a mammità

e pe’ n’ata vesta ‘e sposa

zingariello pe’ l’ariulà.

Facciata

pitintosa

dincell’ a mammità

e pe’ n’ata vesta ‘e sposa

zingariello pe’ l’ariulà.

Mariuccia ‘a corta e chiena

sotto ‘u ‘mbrello nun ce capeva

‘na pippa e ‘na cannuccia

e ‘u sicario a Mariuccia

e ‘u sicario a Mariuccia.

Muglierema ca m’è morta

era nu piezzo ‘e femmenone

teneva ‘e cosce storte

s’ê vvuleva adderezza’

s’ê vvuleva adderezza’.

Pititum pititum pitintera

am pititum

am pitintera

pititum pititum pitintera

am pititum

am pitintera

pititum pititum pitintera

am pititum

am pitintera

pititum pititum pitintera

am pititum

am pitintera

pititum pititum pitintera

am pititum

am pitintera

pititum pititum pitintera

am pititum

am pitintera.

‘Nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘a premmera ‘a premmè’

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘a premmera ‘a premmè’

‘a premmera ‘a premmè’.

‘Nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘a premmera ‘a premmè’

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘a premmera ‘a premmè’

E quanno me cocco a sera

m’abbraccio a nu cuscino

e quann’ è ‘a matina

e pensanno sempe a te

e pensanno sempe a te.

‘a premmera ‘a premmè’.

Il Re il Re di Napoli

il Re dei maccaroni

voleva far la guerra

senza sparar cannoni

senza sparar cannoni.

Anita fate presto

raccogli la mappata

la barca è preparata

c’è bisogno di partir

c’è bisogno di partir.

‘U tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

Gira! (comando del caporale)

Mugliereme ca m’è morta

era nu piezzo ‘e femmenone

e teneva ‘e cosce storte

se’ê vvuleva adderezzà’

Purtualle lisce e mmusce

e lummeciello pe’ scerià’

Si ‘a Monaca jesce e trase

acqua santa piglia e vasa

Si s’assette ‘o scannetiello

ce schiàmmo ‘o libriciello

Zi’ Preveto mio comm’aggia fa’

pe’ chest’anema me salvà’

Figlia mia fa penitenza

e peccate nun ne fa’

Padre mio so’ lasca ‘e senza

e penitenze nun pozzo fa’

Figlia mia fa lusceplina

e peccate nun ne fae

Padre mio so lasca ‘e rine

e lusceplina nun pozzo fa’

Figlia mia fa l’urazione

e peccate nun ne fa’

Si tenesse nu buono guaglione

io facesse ll’urazione

Vuie mannàteme nu bellu guaglione

e io ve faccio ll’urazione!

Si venive l’anno passato

t’avevo stipate nu scartellato

Che puozza essere scannato

giuste pe’ mme ‘o tiene stipato

‘U tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja.

Predica (recitata):

Me parto ‘a Murupane

sulo sulo comme a nu cane

arrivo a Isca

cu ‘na tammorra e nu sisco

arrivo a ‘Mmaculatella

‘u mare me pare ‘na pignatella

arrivo a Gibbilterra

s‘arrevota ‘u mare ‘u cielo e ‘a terra

arrivo a Nevyork

treni pe’ coppe e pe’ sotte

a Murupane so’ turnate

pe’ fà sta Mascarata

pu divertimento e’ signure e signore

‘ndrezzature mie a facce fore. »

(IT)

« Trallera, trallera, tirà tirallalleraTrallera, trallera, tirà tirallallera e tirallirallallera zingariello pe’ l’ariulà

Trallera, trallera, tirà tirallallera e tirallirallallera zingariello pe’ l’ariulà

[…]

Lo vedi come sfila

questo gozzo sull’acqua

ma cosa mai ti ho fatto

dal momento che non ci vediamo più

Antonio Napoleone

si è fatto uno spadone

si è fatto uno spadino

Antonio e Giacomino

Antonio e Giacomino

Non so cosa vorreste

un letto di viole

ma non è tempo ancora

e accontentati per ora

e accontentati per ora

Uno due e tre

quattro cinque sei sette e otto

[…]

La povera Ernestina

che guaio s’è caricato

la gatta ladra

ha mangiato il capocollo

ha mangiato il capocollo

A mezzanotte in punto

passò un aeroplano

di sotto portava scritto

Evviva il Re italiano

Evviva il Re italiano

Io vengo da Milano

con una spada in mano

incontro la mia sposa

e gliela infilzo dov’è pelosa

e gliela infilzo dov’è pelosa

Cosa ne fai della lana

la febbre fa venire

un materasso di stoppa

ti fa stare più fresco

ti fa stare più fresco

La povera vecchietta

tu vedi come è ridotta

distrutta dal tempo

non può più apparire bella

Mastro Raffaele era un grande fumatore

per accendersi la pipa

impiegava due otre ore

impiegava due tre ore

E là là là sempre questo sai far

e mastro Raffaele non ti preoccupar

non ti preoccupar.

Sfacciata che chiedi sempre

dillo a tua madre

per un abito da sposa

zingariello pe’ l’ariulà

[…]

Mariuccia la corta e grassa

sotto l’ombrello non entrava

una pipa e una cannuccia

e il sigaro a Mariuccia

e il sigaro a Mariuccia

Mia moglie che è morta

era un pezzo di donnone

aveva le gambe storte

e voleva raddrizzarsele

e voleva raddrizzarsele

Pititum pititum pitintera

am pititum

am pitintera

[…]

‘Nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘a premmera ‘a premmè’

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘nda ‘ndera

‘a premmera ‘a premmè’

‘a premmera ‘a premmè’.

[…]

Quando la sera vado a dormire

abbraccio un cuscino

fino al mattino

pensando sempre a te

pensando sempre a te

Il Re di Napoli

il Re dei maccheroni

voleva far la guerra

senza usar cannoni

senza usar cannoni

Anita fate presto

raccogli la roba

la barca è pronta

e bisogna partire

‘U tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

Gira! (comando del caporale)

Mia moglie che è morta

era un pezzo di donnone

aveva le gambe storte

e voleva raddrizzarsele

e voleva raddrizzarsele

Arance lisce e morbide

e stoppini da sfregare

Zia Monaca entra ed esce

l’acquasanta prende e bacia

se ti siedi allo scannetto apriamo il libretto

Zio Prete come posso fare

per quest’anima salvare

Figlia mia fai penitenza

e peccati non ne fare

Padre mio sono debole

e penitenze non posso fare

Figlia mia fai disciplina

e peccati non ne fare

Padre mio son debole di reni

e disciplina non posso fare

Figlia mia fai le orazioni

e peccati non ne fare

Se avessi un ragazzo in gamba

io farei l’orazione

voi mandatemi un bel giovanotto

e io vi faccio l’orazione

Se venivi l’anno passato

un gobbo t’avevo conservato

Che tu possa essere scannato

giusto per lo tiene stipato

‘U tre ‘u tre utreja

‘u tre ‘u tre utreja

[…]

Predica (recitata):

Parto da Buonopane

solo come un cane

arrivo ad Ischia

con una tammorra ed un fischio

arrivo all’Immacolatella

il mare mi sembra una pentola

arrivo a Gibilterra

si rivoltò il mare il cielo e la terra

arrivo a New York

treni di sopra e di sotto

a Buonopane son tornato

per fare questa Mascherata

per il divertimento di signori e signore

intrecciatori miei

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Mascarata

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Bracigliano e i nevieri

Un tempo l’industria della neve pressata era molto attiva. Durante l’inverno, uomini e donne si portavano a Salto in località tuttora chiamata « Nevere » e, raccolta una grande quantità di neve la pressavano in apposite fosse, che poi ricoprivano con foglie e terra.
Durante la stagione estiva, le nevi così conservate, segate in blocchi da Kg. 50, venivano vendute ai bar per la confezione dei gelati, alle macellerie e pescherie per la conservazione delle carni e dei pesci, agli ospedali e ai privati. La maggior parte del prodotto di notte con i cosiddetti « traini », veniva poi convogliata nel grande deposito per nevi che nel 1860 il commerciante Alfonso Amato da Bracigliano allestì a Salerno in Via dei Mercanti e da qui smerciata un po’ dappertutto. Per questa circostanza il sito fu chiamato Vicolo della Neve, denominazione che tuttora conserva. Allora attigua al deposito esisteva un’osteria; attualmente vi sorge un noto ristorante.
Morto nel 1902 Alfonso Amato, questa attività a Salerno fu continuata dal figlio Antonio fino al 1912, quando questi impiantò a Nocera Inferiore una fabbrica di ghiaccio a motore, la prima in Campania, lasciando la gestione del deposito di Salerno a suo figlio Alfonso. L’attività di questo deposito cessò nel 1930, anno in cui Alfonso si trasferì a Nocera Inferiore per gestirvi la fabbrica di ghiaccio, ereditata dal padre Antonio.
Con l’invenzione della macchina per la formazione del ghiaccio, l’industria della neve pressata a Bracigliano andò via via scemando, fino a scomparire del tutto verso il 1945.

Foto: http://www.muroasecco.it/storia.php

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A vattut’ e ll’astreche

La danza rievoca la costruzione dei tetti a cupola definiti in gergo “a carusiello”, che hanno caratterizzato l’architettura ischitana e mediterranea fino agli anni ’50.

La costruzione avveniva secondo canoni ben definiti: la sagoma del tetto veniva preparata con un’intelaiatura in legno che a sua volta veniva rivestita da un manto di creta e lapillo. A questo punto cominciava la “Vattut e ll’asteche” ovvero la battuta del lastricato solare, in quanto bisognava comprimere il lapillo bagnato da calce bianca viva fino a renderlo impermeabile. Durante questa fase, che si concludeva dopo ben tre giorni di lavoro ininterrotti, si utilizzava un palo di legno con l’estremità inferiore allargata definito “Pentone”, per poter comprimere più facilmente il lapillo. Alla costruzione partecipava solitamente tutta la comunitá locale. Per alleviare il lavoro, i battitori (definiti in gergo “Pentonari”) cantavano, raccontavano aneddoti e filastrocche. Il ritmo della battuta dei pali sul lapillo era dettato da un gruppo musicale formato da un tamburellista, da un clarinettista e da un fisarmonicista.

Nel ballo sono presenti sei o otto ballerini (“Pentonari”) muniti di bastone, i quali ruotano continuamente intorno ad una sagoma di legno (che rappresenta il tetto a cupola) e, allo stesso tempo, la colpiscono, scagliando dei violenti colpi. Anche nel ballo la scansione ritmica è determinata da una tammorra, mentre il canto corale è introdotto e accompagnato da strumenti a fiato. La danza è ripartita principalmente in due parti: la prima, caratterizzata da un ritmo lento e dalla presenza del canto di diversi aneddoti; la seconda parte del ballo, invece, si distingue per il suo ritmo molto incalzante.

Oggi tale danza è eseguita dai soci dell’Associazione Scuola del Folklore del comune di Barano d’Ischia.

I testi del ballo rappresentano dei veri e propri canti di lavoro in cui si riscontrano temi tipici della cultura popolare come il tradimento o il prete che seduce una ragazza.

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/A_vattut%27_e_ll%27astreche

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La Quaresima

Sessa Aurunca (Caserta)

Con l’inizio della Quaresima, sotto la spinta di una comune e millenaria partecipazione emotiva, Sessa Aurunca e’ pronta a vivere e “gustare” l’antica rappresentazione della Passione di Cristo secondo i canoni di una tradizione che si perde nella notte dei tempi.
In questo periodo antecedente la Pasqua inizia una lunga e vissuta preparazione per quello che e’ il rito sacro più importante per la comunità aurunca: la Settimana Santa. Tutti sono colpiti da una frenetica eccitazione e da un gran fervore che durera’ per tutto il periodo quaresimale fino alla S. Pasqua. E’ come se tutti fossero guidati da una regia divina che affida ad ognuno la propria parte ed il proprio ruolo nella rappresentazione del dramma della Passione, che coinvolge tutti e che ha per palcoscenico tutta la città con le sue chiese, le sue piazze, i suoi vicoli, in un crescendo emotivo che culmina nei riti del ”Terremoto”, dei ”Sepolcri”, nelle processioni del Venerdì e Sabato Santo.
Durante il periodo quaresimale, che inizia il Mercoledì delle Ceneri e dura 40 giorni, e’ possibile vedere appesa a balconi e finestre la Quaresima, figura emblematica del periodo antecedente la Pasqua, alla quale viene affidato il compito di scacciare il carnevale e che viene presentata con la tipica filastrocca:

”Quaresima secca secca ca se magne pacche secche, le ricietti dammmenne una me schiaffai nu cinqu’frunni, le ricietti rammenne n’ata me schiaffai ‘na zucculata”.

L’uso della Quaresima trova la sua radice in un rito pagano continuato dalla cultura popolare e descritto da Virgilio nel secondo libro delle Goergiche.
Un noto studioso locale, Nicola Borrelli, descrive la Quaresima come una “stecchita pupattola” nella cui preparazione “le si pone tra le mani una conocchia e dall’orlo della lunga gramaglia reso rigido da un cerchio di legno si faran pendere gli indivisibili attributi ricordanti i prescritti cibi di magro: aringhe salate, baccalà, frutta secca, lupini addolciti, ecc.. Al centro del cerchio è sospesa una arancia, il frutto del tempo, in cui sono infisse sette piume, (sei nere e una bianca) simbolo delle sette settimane del periodo quaresimale che una per settimana saran via via tolte…”.
Inoltre, durante il periodo quaresimale, la tradizione imponeva il compiersi di alcune propiziatorie usanze, come per esempio: tagliare i capelli il primo venerdì di marzo per tenere lontani mal di testa e febbre per un intero anno; far rompere, nella prima domenica di Quaresima, una pignatta carica di caramelle ai fanciulli per significare la definitiva chiusura dei divertimenti carnevaleschi.

Alberto VIRGULTO

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