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Il Museo archeologico di Calatia a Maddaloni

Il Museo archeologico di Calatia a Maddaloni
Foto: Turismo Campano · Icone Lucide (licenza ISC)

Chi viaggia tra Caserta e Benevento di solito passa da Maddaloni senza fermarsi, magari diretto ai Ponti della Valle. Noi vi chiediamo di concedere un paio d'ore a un museo che pochi conoscono e che invece racconta una storia lunga quasi mille anni: quella di Calatia, la città antica sepolta sotto la periferia orientale di Maddaloni. È un museo piccolo, ben costruito, che si visita senza fretta e che spiega in modo chiaro come vivevano le comunità della pianura campana prima e durante Roma.

Calatia, una città sulla strada per Roma

Calatia nasce come insediamento indigeno, frequentato probabilmente già nell'età del Bronzo, e cresce nel I millennio a.C. in contatto con il mondo etrusco-campano. Il suo destino cambia con l'arrivo della Via Appia: la "regina delle strade" piega il suo tracciato proprio per attraversare la città, che diventa una tappa importante tra Capua e Benevento. Di Calatia oggi in superficie resta poco, ma gli scavi hanno restituito centinaia di sepolture e materiali che coprono un arco che va dalla fine dell'VIII secolo a.C. alla tarda età romana.

Il museo nasce per dare una casa a questi ritrovamenti, vicino al luogo da cui provengono. È stato aperto nel 2003 e in anni recenti è stato oggetto di lavori di manutenzione e riallestimento: per sapere se è aperto e come si visita, controllate sempre il sito ufficiale del Ministero della Cultura.

Il Casino della Starza Penta e i Carafa

Una parte del fascino sta nell'edificio. Il museo occupa il Casino della Starza Penta, una delle residenze dei Carafa della Stadera, feudatari di Maddaloni dal 1465. Nel Cinquecento era una masseria fortificata, di cui sopravvivono due torri di guardia; tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento i Carafa la trasformarono in casino di caccia e villa di delizie, con una cappella dedicata alla Vergine del Carmine, completata nel 1701, con altari in marmo e una volta a stucchi bianchi e oro.

Il momento di maggiore prestigio arriva con Carlo di Borbone, che si fermava qui durante le battute di caccia: la posizione, lungo la strada per Napoli, era comodissima. Dopo la partenza del re per la Spagna l'edificio decadde, cambiò più volte proprietari e funzioni, fu persino caserma e poi demanio militare, prima di passare ai beni culturali. Entrando, alzate lo sguardo sullo stemma dei Carafa nella volta dell'androne: è il primo indizio della lunga vita di questa casa.

Il percorso di visita

Le collezioni sono distribuite su due piani. Al piano terra si parte dal territorio e dalla città, poi si entra nel mondo delle necropoli: una ricostruzione a grandezza naturale mostra le diverse tipologie di tombe trovate nei sepolcreti orientale e occidentale. È il punto in cui i ragazzi di solito si fermano più a lungo, perché finalmente capiscono come era fatta una sepoltura antica.

Al piano superiore, negli ambienti che erano privati e di rappresentanza della residenza, il racconto si sposta sulle persone:

  • Le strade antiche: come si costruivano, quanto tempo si impiegava a viaggiare, come funzionavano le stazioni di posta e di cambio.
  • Le aristocrazie del VI e V secolo a.C., con i ricchi corredi e i vasi attici importati.
  • La vita quotidiana nell'età orientalizzante, con una sezione dedicata al costume femminile: anelli, fibule, scarabei, ma anche rocchetti, pesi da telaio e vasetti per profumi e unguenti.

Ci è piaciuto un dettaglio: la sezione sul mondo femminile è allestita proprio negli spazi che le fonti d'archivio del Settecento chiamano "quarto delle donne", cioè gli ambienti riservati alle signore di casa Carafa.

I pezzi da non perdere

Tra le vetrine, due oggetti ci sono rimasti in mente. Il primo è un'anfora attica a figure nere che mostra due guerrieri in lotta sul corpo di un compagno caduto: la scena fa pensare all'episodio dell'Iliade in cui Menelao ed Euforbo si contendono il corpo di Patroclo. Il secondo è un dinos in bronzo, un grande vaso da banchetto di fine VI o inizio V secolo a.C., con il coperchio decorato da un piccolo gallo. Sono oggetti che raccontano quanto queste famiglie fossero inserite nei commerci del Mediterraneo.

La sala immersiva sulla Via Appia

Il museo punta molto sulla multimedialità, e lo fa con misura. C'è una sala immersiva che ricostruisce il tratto dell'Appia tra Calatia e Roma, una biblioteca virtuale su strade, viaggi e stazioni, postazioni video e un tavolo interattivo. Ci sono anche pannelli in Braille e contenuti audio e video in italiano e in inglese. Proprio per l'allestimento e per l'attività didattica il museo ha ricevuto nel 2017 una menzione speciale nell'ambito del premio ICOM Italia.

I nostri consigli per la visita

  • Calcolate da un'ora a un'ora e mezza: il museo non è grande, ma le sezioni multimediali meritano tempo.
  • È una tappa adatta alle famiglie con bambini in età scolare, grazie alle ricostruzioni e alle installazioni interattive.
  • Orari, biglietti e prenotazioni cambiano: verificate tutto sul sito ufficiale prima di partire.

Come arrivare e quando andare

Il museo si trova lungo la via Caudina, la strada che da Maddaloni va verso la Valle Caudina e Benevento. In auto si raggiunge in pochi minuti dal centro di Caserta; Maddaloni ha anche una stazione ferroviaria. Essendo un museo al coperto, è una buona idea in qualsiasi stagione, anche nelle giornate di pioggia o nei pomeriggi estivi più caldi.

Nei dintorni

La visita si abbina benissimo ai grandi archi in tufo dell'acquedotto borbonico: leggete L'Acquedotto Carolino e i Ponti della Valle. Se volete seguire ancora l'antica Appia, la tappa successiva è l'antica Capua con L'Anfiteatro Campano e il Mitreo di Santa Maria Capua Vetere. Per tutte le altre idee c'è la nostra guida Caserta e dintorni.

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