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	<title>Turismo Campano .it</title>
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		<title>Ricotta di Bufala Campana</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 19:10:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prodotti tipici Caserta]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti tipici Napoli]]></category>
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		<category><![CDATA[prodotti tipici campani]]></category>

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		<description><![CDATA[In tutte le aree di produzione della mozzarella di bufala campana,   quindi le province di Benevento, Salerno, Caserta, Napoli e altre ricadenti   nell’area della DOP “Mozzarella di bufala Campana”, dalla   lavorazione del siero della mozzarella si ricava anche la ricotta, che può essere   consumata fresca o sottoposta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/ricotta_bufala_campana.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2476" src="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/ricotta_bufala_campana-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>In tutte le aree di produzione della mozzarella di bufala campana,   quindi le province di Benevento, Salerno, Caserta, Napoli e altre ricadenti   nell’area della DOP “Mozzarella di bufala Campana”, dalla   lavorazione del siero della mozzarella si ricava anche la ricotta, che può essere   consumata fresca o sottoposta a essiccamento.<a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/ricotta-bufala.html"> La ricotta di bufala fresca</a> ha   un colore latteo e consistenza morbida e si ottiene riscaldando il siero derivante   dalla lavorazione del latte crudo per la produzione di mozzarella di bufala   fino alla temperatura di circa 90 gradi. Al siero viene poi aggiunto sale quanto   basta per ottenere la giusta sapidità del prodotto. Per ottenere, invece,   la ricotta essiccata di bufala, che è a pasta compatta, è necessario   che le forme stagionino in cella per circa 10 giorni e poi vengano lasciate   per lo meno un mese a essiccare. Vengono poi tolte dai contenitori e lasciate   stagionare altri 30 giorni, fino a essere ripulite dalle muffe, private della   scorza sottile e messe sotto vuoto.</p>
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		<title>Provolone del Monaco</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 19:07:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prodotti tipici]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti tipici Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[prodotti tipici campani]]></category>

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		<description><![CDATA[Descrizione del prodotto


La tesi più  accreditata sulle origini della denominazione “Provolone   del monaco” si riferisce al fatto che i casari che sbarcavano all’alba   nel porto di Napoli, con il loro carico di provoloni provenienti dalle varie   località della penisola sorrentina, per proteggersi dal freddo e dall’umidità,   [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Descrizione del prodotto</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/Provolone-del-monaco.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2472" src="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/Provolone-del-monaco-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
</strong></p>
<p>La tesi più  accreditata sulle origini della denominazione <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/provolone_monaco-new.html">“Provolone   del monaco”</a> si riferisce al fatto che i casari che sbarcavano all’alba   nel porto di Napoli, con il loro carico di provoloni provenienti dalle varie   località della penisola sorrentina, per proteggersi dal freddo e dall’umidità,   erano soliti coprirsi con un mantello di tela di sacco, che era simile al saio   indossato dai monaci. Una volta arrivati a Napoli, la gente che lavorava al   mercato iniziò a chiamare questi contadini, monaci, e di conseguenza   il formaggio che essi trasportavano, Provolone del Monaco.</p>
<p>Il “Provolone del Monaco DOP” è un formaggio semiduro a   pasta filata, stagionato, prodotto nell’area della Penisola Sorrentina – Monti   Lattari, esclusivamente con latte crudo.   La specificità  del “Provolone del Monaco DOP” è il   risultato di un insieme di fattori tipici dell’area di produzione, in   particolare delle caratteristiche organolettiche del latte prodotto da bovini   allevati sul territorio, del processo di trasformazione che rispecchia ancora   oggi le tradizioni artigiane e del particolare microclima che caratterizza   gli ambienti di lavorazione e stagionatura.   Attraverso il riconoscimento della DOP è ora possibile il recupero e   la valorizzazione dell’intero sistema zootecnico della zona di produzione,   fondato in particolare sull’allevamento del bovino TGA (tipo genetico   autoctono) Agerolese. Originaria della provincia di Napoli, la razza Agerolese è diffusa   oggi solo nei comuni di Agerola e Gragnano. Essa deriva da incroci di bovini   di razza Frisona, Bruna e Jersey con la popolazione locale autoctona ed è considerata   in pericolo di estinzione dalla FAO. Il colore del mantello può variare   dal castano al nero con un’orlatura di peli chiari intorno al muso anch&#8217;esso   scuro. La vacca Agerolese ha delle rese molto modeste, ma, di contro, produce   un latte di altissima qualità, dovuto anche all’area geografica   dei Monti Lattari e all’ambiente unico e incontaminato che vi si ritrova.   Questo latte, in miscela,  è utilizzato per produrre non solo il Provolone   del Monaco ma anche l’ineguagliabile Fiordilatte ed altri formaggi a   pasta filata di rinomata bontà  tipici della zona.</p>
<p>Le caratteristiche distintive del Provolone del Monaco DOP sono<br />
- una forma di melone leggermente allungato, con un peso minimo di 2,5 kg ed   uno massimo di 8;<br />
- una crosta sottile di colore giallognolo, quasi liscia, con leggere insenature   longitudinali in corrispondenza dei legacci di rafia usati per il sostegno   a coppia che suddividono il Provolone in un minimo di 6 facce;<br />
- una stagionatura di almeno sei mesi, con una resa massima di 9 kg per ettolitro   di latte trasformato;<br />
- una pasta di colore crema con toni giallognoli, elastica, compatta, uniforme   e senza sfaldature, morbida e con tipiche occhiature (a «occhio di pernice»);<br />
- un contenuto in grasso sulla sostanza secca non inferiore al 40,5%;<br />
- un sapore dolce e butirroso ed un leggero e piacevole gusto piccante.</p>
<p>Il pascolo dei Monti Lattari, fatto da erbe aromatiche presenti quasi tutto   l’anno dove gli animali liberamente pascolano, e gli ambienti di stagionatura   conferiscono a questo formaggio un aroma ed un gusto intenso, sapori esaltati   dalla lunghezza della stagionatura stessa. Dopo 7-8 mesi il provolone tende   infatti ad ingiallire ulteriormente, ispessendo la crosta ed assumendo un sapore   via via più piccante ed un aspetto della pasta più consistente,   anche se ancora abbastanza morbida e sempre privo di sfaldature.   La tecnica di produzione di questo formaggio è molto antica e laboriosa:   si lavora il latte crudo di ogni singola mungitura o al massimo di due mungiture   successive e si mischia col caglio di capretto. Dalla coagulazione del latte   crudo, si ottiene la cagliata, che viene rotta fino alla dimensione di piccoli   grani, impiegando un utensile di legno denominato “sassa”, dopodiché si   passa alle operazioni successive di scottatura e filatura. La filatura è piuttosto   complessa, tanto che, in alcuni casi, per attorcigliare la cagliata, è richiesto   l’intervento di due persone. Quando la pasta ha raggiunto la consistenza   desiderata, si effettua la formatura che può essere a pera, o a cilindro.   I formaggi ottenuti sono legati in coppie e appesi su apposite incastellature,   dove sono lasciati stagionare, prima a temperatura ambiente di asciugamento   dai dieci ai venti giorni e quindi in ambiente a temperatura fra gli 8 ed i   15°C per un periodo non inferiore ai sei mesi. Segue la salamoia, l’asciugatura   e la stagionatura che viene effettuata in cantine per un periodo che oscilla   da 4 a 18 mesi. Ma già a nove mesi il prodotto raggiunge la sua eccellenza,   con la buccia che di mese in mese tende a scurirsi fino a raggiungere la tipica   colorazione di nocciole mature.   Il “Provolone del Monaco DOP” è prodotto con latte proveniente,   per almeno il 20%, da bovini di tipo Agerolese iscritti al registro anagrafico,   e nella quota restante (80%) da bovini di razze diverse (Frisona, Brunalpina,   Pezzata Rossa, Jersey, Podolica e Meticci locali) allevate esclusivamente nell’area   geografica prevista dal disciplinare.</p>
<p>Il “Provolone del Monaco DOP” è un prodotto<strong> di particolare     pregio</strong>, con un prezzo di vendita abbastanza elevato, che può variare   a seconda della lunghezza dei tempi di affinatura, ma che per le sue particolari   caratteristiche riesce a conferire alle pietanze un sapore fuori del comune.   Un esempio è dato dalla ricetta della “pasta e patate”,   pietanza di origine povera che con l&#8217;aggiunta anche di un minimo quantitativo   di <strong>Provolone del Monaco, sia grattugiato che in sottili scaglie</strong>,   la fa diventare ricca di profumi e di sapori e la fanno elevare a grande specialità.   Ma il prodotto, oltre che valorizzare tanti altri primi tipici della Campania, è negli   antipasti e a fine pasto che fa innamorare a prima vista il consumatore per   il suo sapore intenso e fuori dal comune.</p>
<p><strong>Cenni storici</strong></p>
<p>L&#8217;allevamento zootecnico nei Monti Lattari – Penisola Sorrentina   risale al 260 a.C, quando i Picentini, i primi abitanti di questi monti, trasformarono   lo spazio sottratto ai boschi in terreno coltivabile e incominciarono l’attività di   allevamento di animali domestici, specialmente bovini ad attitudine lattifera.   Le produzioni ottenute da questi animali sono entrate nella tradizione, nella   cultura e nell’economia di questa zona, consolidandosi nei secoli. Determinante   fu l’opera dei Borboni, che favorirono il miglioramento genetico dei   tipi allevati attraverso lavori di incrocio dagli ottimi risultati. Va in particolare   citato il paziente lavoro del militare di ventura Avitabile che, attraverso   gli incroci di meticci di Bruna e Podolica con la razza Jersey, pervenne ad   ottenere esemplari di una nuova razza, l’Agerolese appunto.<br />
La prima descrizione dettagliata della razza risale al 1909, a cura del dott.   E. Mollo che descrivendo l&#8217;allevamento degli animali bovini nel circondario   di Castellammare e specialmente nella Penisola Sorrentina, fa una descrizione   dettagliata sul bovino allevato in questo territorio. Ma fu solo nel 1952,   anno in cui fu presentato al Ministero dell&#8217;agricoltura e delle foreste lo   standard della razza, che essa prende ufficialmente il nome di “Agerolese”.   Negli ultimi decenni, tuttavia, altre razze sono state introdotte sostituendosi   gradualmente a quelle autoctone, come l’Agerolese, migliorando le performance   quantitative ma a discapito certamente dell’aspetto qualitativo del prodotto.   Con l’interesse crescente verso i prodotti di qualità tipici del   territorio e l’attento recupero delle tradizioni agroalimentari si è avuta   una progressiva rivalutazione delle razze autoctone e ciò è avvenuto   anche nell’area dei Lattari, consentendo così di poter avviare   il riconoscimento della DOP.   Il Provolone del Monaco, ma anche il Fior di Latte, la Scamorza nascono quindi   in quest’area, da sempre nota per la bontà dei suoi formaggi.   Dell’origine della denominazione si è detto, legata al nome del   mantello, simile ad un saio, utilizzato dai trasportatori che via mare venivano   a vendere il loro prodotto a Napoli, capitale del Regno delle due Sicilie.</p>
<p>La specificità del “Provolone del Monaco DOP” nasce dalla   tipicità della materia prima, che viene sapientemente trasformata dalle   abili mani dei casari che custodiscono gelosamente i segreti della lavorazione   di un tempo. Cornice non trascurabile di questo processo è il particolare   microclima che ritroviamo negli ambienti di lavorazione e stagionatura. È proprio   l&#8217;insieme di queste caratteristiche allevatoriali e di trasformazione, inserite   in un ambiente così variegato, che contribuisce a conferire un profumo   ed un gusto ineguagliabile al prodotto.</p>
<p><strong>Area di produzione</strong></p>
<p>La produzione del &#8220;Provolone del Monaco DOP&#8221;  interessa la provincia   di Napoli, in particolare la Penisola Sorrentina ed il territorio dei Monti   Lattari. In particolare, la zona geografica di allevamento delle bovine, di   produzione e di stagionatura del “Provolone del Monaco DOP”, sono   delimitate dagli interi territori dei seguenti comuni, ricadenti nella provincia   di Napoli: Agerola, Casola di Napoli, Castellammare di Stabia, Gragnano, Lettere,   Massa Lubrense, Meta, Piano di Sorrento, Pimonte, Sant&#8217;Agnello, Sorrento, Santa   Maria La Carità, Vico Equense.</p>
<p><strong>Dati economici e produttivi </strong></p>
<p>La produzione di latte nell’area Agerolese-sorrentina è stimata   in 100 mila q.li all’anno, quasi tutta destinata alla produzione del   Provolone del Monaco DOP, del Fior di latte e degli altri latticini locali.   Da tempo, i caseifici locali per soddisfare il loro fabbisogno sono costretti   ad approvvigionarsi fuori zona. Lo stesso disciplinare della DOP prevede una   partecipazione del latte derivato dalla vacca Agerolese del 20% e la restante   parte da bovini di razze diverse (Frisona, Brunalpina, Pezzata Rossa, Jersey,   Podolica e Meticci locali) allevate esclusivamente nell’area di produzione.</p>
<p>Nel 2008 (dati Ismecert) risulta una produzione certificata e venduta come   Provolone del Monaco DOP di 120 quintali circa, ma nel 2009 (dati non ancora   ufficiali) si è già oltre i 400 quintali, corrispondenti a 12.500   formaggi con la pezzatura di 3,2 Kg, la più utilizzata.</p>
<p>Il riconoscimento della DOP e il crescente interesse commerciale verso tale   prodotto ha rivitalizzato l’intero comparto tanto che il prodotto, una   volta completata la stagionatura è smaltito rapidamente e senza alcuna   difficoltà  soprattutto sul mercato regionale ed in maniera crescente   anche presso la moderna distribuzione. Ci si può attendere quindi un   incremento anche dei capi allevati e quindi anche delle produzioni, ma le difficili   condizioni orografiche dell’area e le difficoltà strutturali delle   aziende potrebbero ostacolare un pur auspicato sviluppo del comparto.</p>
<p><strong>Registrazione</strong></p>
<p>La Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) “Provolone del Monaco” è stata   riconosciuta, ai sensi del Reg. CE n. 510/06, con <a title="regolamento 121/2010" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/reg-121-2010.pdf">Regolamento   n. 121 del 9 febbraio 2010</a> (pubblicato   sulla GUCE n. 38 del 11.02.10). La <a title="scheda GUCE provolone del monaco" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/GUCE-monaco.pdf">Scheda   riepilogativa</a> è stata pubblicata   sulla GUCE C140 del 20 giugno 2009.</p>
<p>L’iscrizione al registro nazionale delle denominazioni e delle indicazioni   geografiche protette è avvenuta con decreto ministeriale del 19.02.10,   pubblicato sulla GU n. 56 del 9.03.10, unitamente al <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/disciplinare-monaco.pdf">Disciplinare   di produzione</a>.   La <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/GUCE-monaco.pdf">Scheda riepilogativa</a> è stata   pubblicata sulla GUCE C140 del 20 giugno 2009.</p>
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		<title>Pomodoro San Marzano dell&#8217;Agro Sarnese &#8211; Nocerino DOP</title>
		<link>http://www.turismocampano.it/pomodoro-san-marzano-dellagro-sarnese-nocerino-dop.html</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 19:03:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prodotti tipici Avellino]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti tipici Napoli]]></category>
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		<description><![CDATA[Descrizione del prodotto


Il pomodoro San Marzano è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per le sue caratteristiche, che vengono esaltate dalla trasformazione in “pelato”. La presenza di una serie di fattori concomitanti quali: il clima mediterraneo e il suolo estremamente fertile e di ottima struttura, l’abilità e l’esperienza acquisita dagli agricoltori dell’area di produzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Descrizione del prodotto</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/pomodoro-san-marzano.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2469" src="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/pomodoro-san-marzano-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/sanmarz-new.html">Il pomodoro San Marzano </a>è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per le sue caratteristiche, che vengono esaltate dalla trasformazione in “pelato”. La presenza di una serie di fattori concomitanti quali: il clima mediterraneo e il suolo estremamente fertile e di ottima struttura, l’abilità e l’esperienza acquisita dagli agricoltori dell’area di produzione nel corso dei decenni, ha contribuito al suo successo nel mondo, coronato, nel 1996, dal riconoscimento dell’Unione Europea come D.O.P.<br />
Le caratteristiche intrinseche che hanno esaltato il prodotto, favorendone così la sua conoscenza e il suo consumo sono: sapore tipicamente agrodolce, forma allungata della bacca con depressioni longitudinali parallele, colore rosso vivo, scarsa presenza di semi e di fibre placentari, buccia di colore rosso vivo e di facile pelabilità. Queste, insieme alle caratteristiche chimico-fisiche, lo rendono inconfondibile, sia allo stato fresco che trasformato.<br />
La denominazione di origine protetta designa esclusivamente il prodotto “pelato” e la tipologia “pelato a filetti”, proveniente dalla lavorazione dei frutti appartenenti all’ecotipo San Marzano o a linee migliorate di esso (il disciplinare individua due standard di prodotto). Il prodotto immesso al consumo deve presentare caratteristiche tecnologiche ben precise: colore rosso uniforme con rapporto colorimetrico a/b non inferiore a 2,2; forma allungata e parallelepipeda, con lunghezza da 60 a 80 millimetri; assenza di sapori e odori estranei; peso dello sgocciolato non inferiore al 65% del peso netto; residuo rifrattometrico non inferiore al 4%; pH tra 4,2 e 4,5. E’ consentita l’aggiunta di sale (max 3% del p.n.), foglie di basilico, succo di pomodoro semiconcentrato (ma esclusivamente di S. Marzano).<br />
La tecnica colturale del prodotto fresco prevede l’allevamento di tipo verticale delle piante con l’uso di sostegni, rispettando così la tradizione secolare, anche se, per l’elevato numero di ore di manodopera richieste, tale tecnica incide fortemente sui costi di produzione.</p>
<p><strong>Cenni storici</strong></p>
<p>Il pomodoro, come è noto, è originario dell&#8217;America Centrale. In Europa è giunto nel &#8216;600, inizialmente nella sola Spagna, dove gli fu dato un mero valore ornamentale. Il valore alimentare di questa coltura fu scoperto solo successivamente, secondo alcuni non prima del XVIII secolo, quando venne diffuso nei diversi paesi del Mediterraneo.<br />
Secondo alcune testimonianze della tradizione orale si dice che il primo seme di pomodoro sia giunto in Italia intorno al 1770, come dono del Regno del Perù al Regno di Napoli e che sarebbe stato piantato proprio nella zona che corrisponde al comune di San Marzano. Da ciò quindi deriverebbe l&#8217;origine di questo famoso pomodoro, che nel tempo,con varie azioni di selezione, ha acquisito le caratteristiche dell&#8217;ecotipo attuale. Secondo altre testimonianze però, solo nel 1902 si ha la prova certa della presenza, tra Nocera, S. Marzano e Sarno, del famoso ecotipo.<br />
Delizia dei buongustai, profumo delle domeniche e delle feste comandate, scandite dal rosso sugo che copriva il bianco della pasta di Gragnano e di Torre Annunziata, il San Marzano assunse grande apprezzamento dal punto di vista gastronomico verso l’inizio del ‘900, quando sorsero le prime industrie di conservazione, ad opera di Francesco Cirio, che producevano il famoso “pelato” da salsa.<br />
In un recente passato il S. Marzano era detto anche “oro rosso” per il valore economico che era riuscito ad assumere per gli agricoltori dell&#8217;agro sarnese-nocerino.<br />
Negli anni Ottanta la coltura ha subito una drastica riduzione, sia in termini di superfici che di produzione, per motivi fitosanitari ma anche economici (con riferimento soprattutto all’onerosa tecnica colturale), ma l&#8217;azione di recupero, di conservazione delle linee genetiche pure e di miglioramento avviata dalla Regione Campania e oggi consolidata dal Consorzio di tutela, ne ha consentito la salvaguardia e il suo rilancio su base internazionale.<br />
Infatti, il pomodoro S. Marzano DOP sta assistendo ad una nuova stagione di rinascita e oggi viene richiesto non solo in Europa e in America, ma anche in altri continenti, dove va espandendosi grazie anche al crescente successo della “dieta mediterranea”.</p>
<p><strong>Area di produzione</strong></p>
<p>Il “Pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino” DOP si coltiva nell&#8217;Agro Sarnese-nocerino, in provincia di Salerno, nell&#8217;Acerrano-nolano e nell’area Pompeiana-stabiese, in provincia di Napoli e nel Montorese, in provincia di Avellino, per un totale di 41 comuni (alcuni solo parzialmente).</p>
<p><strong>Dati economici e produttivi</strong></p>
<p>L&#8217;area di potenziale coltivazione del San Marzano si estende su oltre 16.000 ettari, anche se il prodotto destinato alla DOP, nel 2004, ha riguardato un totale di 102 ettari impegnando 228 aziende agricole, con una produzione di fresco di oltre 61.000 quintali destinati alla trasformazione in pelato. Nello stesso anno è stata certificata una produzione trasformata pari a 39.100 quintali di pelati (per un totale di oltre 6.170.000 pezzi), realizzata da 12 conservifici ubicati nell’area DOP.<br />
L&#8217;industria dei &#8220;pelati&#8221; è sempre stata vanto della Campania grazie alla notevole presenza, soprattutto nel territorio dell&#8217;Agro Sarnese-Nocerino, del pomodoro tipico locale che, una volta trasformato dalle numerose industrie sorte nell&#8217;ambito del bacino di origine del &#8220;S. Marzano&#8221;, veniva commercializzato sul territorio nazionale ed esportato in numerosi paesi dell&#8217;Europa e delle Americhe fin dall&#8217;inizio del novecento. Ancora venti anni fa la Campania produceva un quarto del pomodoro da industria ora, invece, partecipa con appena il 5% al comparto nazionale.</p>
<p><strong>Registrazione</strong></p>
<p>La Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) “Pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino” è stata riconosciuta, ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/reg-1236-1996.pdf">Regolamento (CE) n. 1236/96</a> (pubblicato sulla GUCE n. L 163/96 del 2 luglio 1996).</p>
<p>Con Decreto del 6 agosto 2004 (pubblicato sulla G.U. n. 199 del 25 agosto   2004), il MiPAF ha accordato la protezione transitoria nazionale alla modifica   del <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/disciplinare-san-marzano.pdf">Disciplinare di produzione</a>,   richiesta dal Consorzio di tutela in ordine alla disciplina produttiva e all’ampliamento   della zona di produzione e al logotipo. Con successivo DM 24.09.09 (pubblicato   sulla G.U. n. 238 del 13 ottobre 2009), su proposta del Consorzio di Tutela,   sono state approvate alcune modifiche ed integrazioni al disciplinare. Tale   richiesta è stata pubblicata anche sulla GUCE C073 del 23.03.10 e si è in   attesa di definitivo riconoscimento da parte della Commissione UE. Il testo   del disciplinare scaricabile dal link su indicato tiene già conto di   queste modifiche ed integrazioni.</p>
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		<title>Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 17:14:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prodotti tipici]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti tipici Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[prodotti tipici campani]]></category>

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		<description><![CDATA[Descrizione del prodotto


Il “Pomodorino   del Piennolo del Vesuvio DOP” è uno dei   prodotti più antichi e tipici dell’agricoltura campana, tanto   da essere perfino rappresentato nella scena del tradizionale presepe napoletano.
In realtà, in diversi territori della Campania, esistono raggruppamenti   di ecotipi con bacche di piccola pezzatura, i cosiddetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Descrizione del prodotto</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/pomodori.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2466" src="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/pomodori-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/piennolo.html">Il “Pomodorino   del Piennolo del Vesuvio DOP”</a> è uno dei   prodotti più antichi e tipici dell’agricoltura campana, tanto   da essere perfino rappresentato nella scena del tradizionale presepe napoletano.<br />
In realtà, in diversi territori della Campania, esistono raggruppamenti   di ecotipi con bacche di piccola pezzatura, i cosiddetti “pomodorini”,   che si distinguono tra loro per tipicità, rusticità e qualità organolettica.   I più famosi da sempre sono però  quelli tuttora diffusi sulle   pendici del Vesuvio. Il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” raggruppa   vecchie cultivar e biotipi locali accomunati da caratteristiche morfologiche   e qualitative più o meno simili, la cui selezione è stata curata   nei decenni dagli stessi agricoltori. Le denominazioni di tali ecotipi sono   quelle popolari attribuite dagli stessi produttori locali, come “Fiaschella”, “Lampadina”,  “Patanara”, “Principe   Borghese” e “Re Umberto”, tradizionalmente coltivati da secoli   nello stesso territorio di origine.</p>
<p>Le caratteristiche distintive, a livello tecnico-mercantile, del prodotto ammesso   a tutela sono:<br />
<em>allo stato fresco:</em> frutti di forma ovale o leggermente pruniforme   con apice appuntito e frequente costolatura della parte peduncolare, buccia   spessa di colore rosso vermiglio, pezzatura non superiore a 25 g, polpa di   consistenza elevata e di colore rosso, sapore vivace intenso e dolce-acidulo;<br />
<em>conservato al piennolo: </em>colore della buccia rosso scuro, polpa di   buona consistenza di colore rosso, sapore intenso e vivace. I “piennoli” o “schiocche” presentano   un peso, a fine conservazione, variabile tra 1 e 5 chilogrammi.</p>
<p>Agli effetti dell’azione di tutela si è riscontrato che l’aspetto   peculiare di tipicità che accomuna i pomodorini vesuviani è l’antica   pratica di conservazione “al piennolo”, cioè una caratteristica   tecnica per legare fra di loro alcuni grappoli o “scocche” di pomodorini   maturi, fino a formare un grande grappolo che viene poi sospeso in locali aerati,   assicurando così l’ottimale conservazione del prezioso raccolto   fino al termine dell’inverno. Nel corso dei mesi il pomodorino, pur perdendo   il suo turgore, assume un sapore unico e delizioso, che soprattutto i napoletani   apprezzano particolarmente per preparare sughi prelibati ed invitanti. E’ appunto   il sistema di conservazione al “piennolo” che, favorendo una lenta   maturazione, consente altresì una lunga conservazione, con la conseguente   possibilità di consumare il prodotto “al naturale” fino   alla primavera seguente.</p>
<p>Il Pomodorino del Vesuvio viene apprezzato sul mercato sia allo stato fresco,   venduto appena raccolto sui mercati locali, che nella tipica forma conservata   in appesa -“al piennolo”-, oppure anche come conserva in vetro,   secondo un’antica ricetta familiare dell’area, denominata “a   pacchetelle”, anch’essa contemplata nel disciplinare di produzione   della DOP.<br />
Ordinariamente la raccolta viene effettuata recidendo i grappoli interi, quando   su di essi sono presenti almeno il 70% di pomodorini rossi, mentre gli altri   sono in fase di maturazione. Questa antica pratica consente di procrastinare   il consumo delle bacche, integre e non trasformate, per tutto l’inverno   successivo alla raccolta, fino a sette-otto mesi, utilizzando locali areati   e senza il supporto delle moderne tecnologie di conservazione.</p>
<p>Le peculiarità del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP”  sono   la elevata consistenza della buccia, la forza di attaccatura al peduncolo,   l’alta concentrazione di zuccheri, acidi e altri solidi solubili che   lo rendono un prodotto a lunga conservazione durante la quale nessuna delle   sue qualità  organolettiche subisce alterazioni. Tali peculiarità sono   profondamente legate ai fattori pedoclimatici tipici dell’area geografica   in cui il pomodorino è  coltivato dove i suoli, di origine vulcanica,   sono costituiti da materiale piroclastico originato dagli eventi eruttivi del   complesso vulcanico Somma-Vesuvio.<br />
In quest’ambiente di elezione, la qualità del pomodorino raggiunge   punte di eccellenza. Proprio la ricchezza in acidi organici determina la vivacità o “acidulità” di   gusto, che è il carattere distintivo del pomodorino del Vesuvio. Ciò,   oltre a derivare da una peculiarità genetica, è indice di un   metodo di coltivazione a basso impatto ambientale e con ridotto ricorso ad   acque d’irrigazione, che rende tale coltura particolarmente adatta ad   un’area protetta, quale quella del Parco Nazionale del Vesuvio.    Il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” per le sue qualità è un   ingrediente fondamentale della cucina napoletana e campana in generale, ed   ha una grande versatilità in cucina. Accanto ai tradizionali spaghetti   alle vongole e agli altri frutti di mare, gli chef locali si impegnano ad utilizzarlo   in tanti altri piatti, tra cui una variante alla prelibata pizza napoletana.</p>
<p><strong>Cenni storici</strong></p>
<p>La coltivazione del Pomodorino del Piennolo sulle falde del Vesuvio ha senza   dubbio radici antiche e ben documentate.</p>
<p>Per limitarci alle testimonianze storiche più illustri, notizie sul   prodotto sono riportate dal Bruni, nel 1858, nel suo “<em>Degli ortaggi     e loro coltivazione presso la città di Napoli</em>”, ove parla   di pomodori a ciliegia, molto saporiti, che “si mantengono ottimi fino   in primavera, purché legati in serti e sospesi alle soffitte”.<br />
Altra fonte letteraria attendibile è quella di Palmieri, che sull’Annuario   della Reale Scuola Superiore d’Agricoltura in Portici (attuale Facoltà di   Agraria), del 1885, parla della pratica nell’area vesuviana di conservare   le bacche della varietà <em>p’appennere </em>in luoghi ombrati   e ventilati.</p>
<p>Francesco De Rosa, altro professore della Scuola di Portici, su “Italia   Orticola” del novembre 1902, precisava che la vecchia  “cerasella” vesuviana   era stata via via sostituita dal tipo “a fiaschetto”, più  indicato   per la conservazione al piennolo. Il De Rosa è anche il primo ricercatore   che riporta in modo esaustivo l’intera tecnica di coltivazione dei pomodorini   vesuviani, facendo intendere così che si stava sviluppando nell’area   un’intera economia intorno a questo prodotto, dalla produzione delle   piantine da seme alla vendita del prodotto conservato.</p>
<p>Anche il prof. Marzio Cozzolino, della Facoltà di Agraria di Portici,   nel suo testo del 1916, concorda con le fonti precedenti, sia sulla descrizione   varietale che sui metodi di produzione, dedicando intere parti del testo a   descrivere minuziosamente la tecnica colturale e soprattutto fornendo dati,   anche economici, che aiutano a capire la laboriosità e la complessità di   questa tipologia di prodotto.</p>
<p><strong>Area di produzione</strong></p>
<p>L’area tipica di produzione e conservazione del pomodorino del piennolo   coincide con l’intera estensione del complesso vulcanico del Somma-Vesuvio,   includendo le sue pendici degradanti sino quasi al livello del mare.<br />
In particolare, la zona di produzione e condizionamento prevista dal disciplinare   del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP”  comprende:</p>
<ul>
<li>l’intero territorio dei seguenti comuni della provincia di Napoli:     Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa Di Somma, Ottaviano, Pollena     Trocchia, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Giuseppe     Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata,     Torre del Greco, Trecase,</li>
<li>la parte del territorio del comune di Nola delimitata perimetralmente:     dalla strada provinciale Piazzola di Nola – Rione Trieste (per il tratto     che va sotto il nome di “Costantinopoli”), dal “Lagno Rosario”,     dal limite del comune di Ottaviano e dal limite del comune di Somma Vesuviana.</li>
</ul>
<p><strong>Dati economici e produttivi </strong></p>
<p>La diffusione del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” nell’area   vesuviana è piuttosto frammentata, per l’elevata parcellizzazione   delle coltivazioni e per la distribuzione non uniforme lungo tutto il complesso   montano del Somma-Vesuvio.</p>
<p>La superficie stimata è di circa 480 ettari (10% circa della Sau seminativi   dell’area), con produzioni annuali di circa 4 mila tonnellate di prodotto   fresco, e rese oscillanti fra i 60 e i 150 quintali per ettaro.<br />
Il riconoscimento della DOP e il rinnovato interesse commerciale verso tale   prodotto ha rivitalizzato l’intero comparto tanto che tutte le produzioni,   fresche e conservate, sono smaltite rapidamente e senza alcuna difficoltà  soprattutto   sul mercato locale, ma in alcuni casi anche presso la moderna distribuzione.   L’offerta di pomodorini in conserva o in piennoli confezionati è  ancora   limitata. In ogni caso, anche senza un’adeguata politica di valorizzazione   del prodotto, rimane alto il livello di qualità percepita dai consumatori   e quindi elevata è la richiesta del prodotto stesso.</p>
<p>Ci si può  attendere quindi un incremento delle coltivazioni e quindi   delle produzioni, ma le difficili condizioni orografiche dell’area e   le difficoltà strutturali delle aziende potrebbero ostacolare un pur   auspicato sviluppo del comparto.</p>
<p>Al momento è difficile determinare un fatturato medio, stante il mercato   molto diluito nel tempo (da luglio a maggio dell’anno successivo) che   comporta un prezzo di vendita molto diverso del prodotto (da 1 ad oltre 5 euro   al chilogrammo).</p>
<p><strong>Registrazione</strong></p>
<p>La Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) “Pomodorino del Piennolo   del Vesuvio” è stata riconosciuta, ai sensi del Reg. CE n. 510/06,   con <a title="regolamento piennolo" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/reg-1238-2009.pdf">Regolamento   n. 1238 del 11.12.09</a> (pubblicato sulla GUCE del 17.12.09).   La <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/GUCE-piennolo.pdf">Scheda   riepilogativa</a> è stata   pubblicata sulla GUCE C111 del 15 maggio 2009.<br />
L’iscrizione al registro nazionale delle denominazioni e delle indicazioni   geografiche protette è avvenuta con provvedimento ministeriale del 18.12.09,   pubblicato sulla GU n. 2 del 4.01.10, unitamente al  <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/disciplinare-piennolo.pdf">Disciplinare   di produzione</a>.</p>
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		<title>Penisola Sorrentina Olio extravergine di Oliva DOP</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 17:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prodotti tipici]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti tipici Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[prodotti tipici campani]]></category>

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		<description><![CDATA[Descrizione del prodotto


L&#8217;olio extravergine di oliva DOP Penisola Sorrentina presenta, a prima vista, un bel colore giallo paglierino, più o meno intenso, con riflessi verdognoli; a volte è velato. All’esame olfattivo rivela notevole armonia aromatica, con un delicato sentore di fruttato di oliva e con fini e piacevoli note di erbe aromatiche (soprattutto rosmarino e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Descrizione del prodotto</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/sirena-doro-2010.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2463" src="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/sirena-doro-2010-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/oliosorr-new.html">L&#8217;olio extravergine di oliva DOP Penisola Sorrentina</a> presenta, a prima vista, un bel colore giallo paglierino, più o meno intenso, con riflessi verdognoli; a volte è velato. All’esame olfattivo rivela notevole armonia aromatica, con un delicato sentore di fruttato di oliva e con fini e piacevoli note di erbe aromatiche (soprattutto rosmarino e menta). Il sapore è decisamente dolce con armoniose e lievi note di amaro e piccante. E&#8217; fluido, equilibrato e con piacevoli sfumature speziate. Ha retrogusto pulito, di mandorla verde e fresca. L&#8217;acidità non supera mai il valore di 0,80%.<br />
L’amaro ed il piccante, nelle giuste gradazioni, si amalgamano perfettamente garantendo all’olio il giusto equilibrio; gli odori mediterranei del rosmarino si esaltano nell’abbinamento con il pomodoro e i piatti che ad esso si richiamano. Ottimo sulle grigliate di pesce e di verdure. Originale e particolarmente gradevole il suo abbinamento con le insalate di limoni, ma soprattutto con il sorbetto e la delizia al limone, dolci tipici di Sorrento.<br />
L’olio “Penisola Sorrentina” DOP si ottiene dalla molitura delle olive Ogliarola o Minucciola (nota in letteratura anche come “Olivo da olio”), per non meno del 65%; Rotondella, Frantoio o Leccino, da sole o congiuntamente, in misura non superiore al 35%. E&#8217; ammessa anche la presenza di altre varietà per un massimo del 20% del totale.<br />
Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali della Penisola sorrentina che assicurano all’olio che ne deriva l’elevato e noto pregio qualitativo. Negli oliveti, collocati su arditi terrazzamenti degradanti verso il mare, le olive sono raccolte rigorosamente a mano; è autorizzato solo l&#8217;ausilio di mezzi meccanici, come scuotitori e pettini vibranti, che agevolano la raccolta, che va effettuata entro il 31 dicembre di ogni anno. E’ vietato l&#8217;uso di cascolanti.<br />
La raccolta deve essere effettuata entro e non oltre il 31 dicembre di ogni anno. Le olive vanno molite entro e non oltre il secondo giorno della raccolta. Per l&#8217;estrazione dell&#8217;olio sono ammessi soltanto processi meccanici e fisici che preservino il più fedelmente le caratteristiche di qualità del frutto. La produzione massima di olive ad ettaro è di 90 q.li, con una resa in olio del 20%.</p>
<p><strong>Cenni storici</strong></p>
<p>La coltivazione dell&#8217;olivo in Penisola Sorrentina risale a tempi antichissimi. La Punta Campanella, che è l’estremo promontorio del Golfo di Napoli e fronteggia l’isola di Capri, era dominato da un Tempio, sacro alla dea Atena (Minerva) Capo Minerva, eretto dai Focesi, coloni greci. L’intera penisola fu consacrata alla dea della Sapienza e il sito divenne per secoli meta di pellegrinaggi. Lungo il percorso i pellegrini acquistavano sul posto l’olio, che si produceva in abbondanza, per farne offerta alla divinità, già ritenuta dai Greci e poi dai Romani inventrice delle olive e dell&#8217;olio (<em>oleaeque Minerva inventrix</em>, come recita un poema di Virgilio).<br />
Nell&#8217;intera Penisola sono stati rinvenuti resti di santuari minori eretti dai Romani e dedicati a Minerva, con il ritrovamento anche di recipienti utilizzati per l&#8217;offerta dell&#8217;olio. Da allora, l’olivo non ha più abbandonato questi luoghi e, insieme agli agrumi e alla vite, domina e caratterizza l’intero paesaggio della Penisola Sorrentina.<br />
Le particolari condizioni orografiche, che impongono costosi terrazzamenti, il clima tipicamente mediterraneo, la natura vulcanica del terreno, rendono l&#8217;ambiente della Penisola decisamente originale e tipico, come tipico è l&#8217;olio che vi viene prodotto.</p>
<p><strong>Area di produzione</strong></p>
<p>La zona di produzione e di lavorazione dell&#8217;olio DOP Penisola Sorrentina comprende i territori di 13 comuni della Penisola Sorrentina e dei Monti Lattari, nonché l&#8217;isola di Capri. Essi sono: Gragnano, Pimonte, Lettere, Casola di Napoli, Sorrento, Piano di Sorrento, Meta, Sant’Agnello, Massa Lubrense, Vico Equense, Capri, Anacapri e Castellammare di Stabia (quest’ultimo solo in parte).</p>
<p><strong>Dati economici e produttivi</strong></p>
<p>Nell&#8217;area di produzione dell’olio DOP “Penisola Sorrentina” si   concentra il 75% dell&#8217;olivicoltura della provincia di Napoli. Essa interessa   oltre 4.000 aziende con circa 1.500 ettari di superficie investiti. Enorme è il   ruolo che l’olivo svolge in quest’area, non solo dal punto di vista   produttivo ed economico, ma anche per la insostituibile funzione sia paesaggistica   che idrogeologica. Nella campagna di produzione olearia del 2005-06 risultano   iscritti al registro della DOP “Penisola Sorrentina” n. 176 aziende   agricole per complessivi 288 ettari di oliveti, con una produzione conferita   alla molitura di 4.860 q.li di olive. La produzione di olio certificato DOP   nella campagna 2005-06 è stata pari a 22.510 litri, prodotti in 6 frantoi   e imbottigliatori iscritti al registro. I dati confermano una tendenza al ribasso,   atteso che nel 2003 l’olio DOP certificato era stato di ben 56.100 litri.</p>
<p><strong>Registrazione</strong></p>
<p>La Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) “Penisola Sorrentina” è stata riconosciuta, ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con <a title="collegamento ad un file pdf" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/reg-1065-1997.pdf">Regolamento (CE) n. 1065/97</a> (pubblicato sulla GUCE n. L 156/97 del 13 giugno 1997).</p>
<p>Il riconoscimento nazionale è avvenuto con <acronym title="Decreto Ministeriale">DM</acronym> 6 agosto 1998, pubblicato sulla GURI n. 193 del 20 agosto 1998,   unitamente all’allegato <a title="collegamento ad un file pdf" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/disciplinare-olio-sorrento.pdf">Disciplinare di     produzione</a>.</p>
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		<title>Irpinia Colline Dell’Ufita Olio extravergine di Oliva DOP</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 17:07:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prodotti tipici]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti tipici Avellino]]></category>
		<category><![CDATA[prodotti tipici campani]]></category>

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		<description><![CDATA[Descrizione del prodotto


L&#8217;olio extravergine di oliva “Irpinia Colline dell&#8217;Ufita DOP” presenta   senza dubbio caratteristiche organolettiche di grande pregio. E&#8217; di colore   verde, se giovane, fino a giallo paglierino, di diversa intensità. All&#8217;olfatto   si rivela fruttato, con piacevoli note erbacee e netti sentori di pomodoro   acerbo, percepibili distintamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Descrizione del prodotto</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/olio-irpinia.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2460" src="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/olio-irpinia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
</strong></p>
<p>L&#8217;olio extravergine di oliva “<a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/olio_irpinia_ufita.html">Irpinia Colline dell&#8217;Ufita DOP</a>” presenta   senza dubbio caratteristiche organolettiche di grande pregio. E&#8217; di colore   verde, se giovane, fino a giallo paglierino, di diversa intensità. All&#8217;olfatto   si rivela fruttato, con piacevoli note erbacee e netti sentori di pomodoro   acerbo, percepibili distintamente anche al gusto; all&#8217;assaggio è armonico,   con intense, ma sempre piacevoli ed equilibrate sensazioni di amaro e piccante,   in armonia con l&#8217;elevato contenuto in polifenoli. L’acidità, inoltre,   non supera il valore di 0,50%, con punteggio al panel test non inferiore a   7.<br />
L&#8217;olio “Irpinia Colline dell&#8217;Ufita DOP” deve derivare per non meno   del 60% dalla varietà Ravece (valore elevato all’85% per i nuovi   impianti); per la restante parte possono concorrere altre varietà locali,   quali l&#8217;Ogliarola, la Marinese, l&#8217;Olivella, la Ruveia, la Vigna della Corte.   Estremamente ridotto (non più del 10 %) l’apporto ammesso di altre   varietà non autoctone, quali il Leccino o il Frantoio.<br />
Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali delle Colline   dell’Ufita, che assicurano all’olio che ne deriva l’elevato   e noto pregio qualitativo. La raccolta viene effettuata entro e non oltre il   31 dicembre di ogni anno e le olive vengono molite entro due giorni dalla raccolta.   La resa al frantoio non può eccedere il 20%.    L&#8217;olio “Irpinia Colline dell&#8217;Ufita DOP” è il risultato della   perfetta armonia tra ambiente, varietà, capacità imprenditoriale   e tradizione, che in Irpinia risultano essere antichissime. L’area   di produzione della DOP coincide con quella di coltivazione delle varietà più pregiata   dell’olivicoltura irpina e che è assurta a simbolo dell’olivicoltura   di qualità: la Ravece. La Ravece è  una cultivar di origine sconosciuta,   ma almeno dal ‘500 diffusa quasi esclusivamente nel territorio ufita-arianese,   componente privilegiata della dieta mediterranea che in quest’area si   caratterizza sul trinomio vino pane e olio.   La notevole presenza di note aromatiche e il suo gusto fruttato intenso fa   prediligere l’uso di quest’olio su piatti di una certa consistenza,   come minestre a base di legumi, gustose pastasciutte della tradizione irpina,   zuppe, bruschette e grigliate di carne. Essendo un prodotto di gran pregio   per la sua categoria, attraverso il riconoscimento della DOP potrà essere   conosciuto ed apprezzato non solo a livello locale ma sui mercati nazionali   ed internazionali.</p>
<p><strong> Cenni   storici </strong></p>
<p>Dopo i vini, ormai noti in tutto il mondo, l&#8217;Irpinia si pone all&#8217;attenzione   dei consumatori più esigenti con i suoi oli di pregio, riscuotendo sui   mercati crescenti consensi.<br />
Gli oli irpini sono il risultato della perfetta armonia tra ambiente, varietà,   capacità imprenditoriale e tradizione, che qui è antichissima.   Infatti, la presenza dell&#8217;olivo nell’avellinese risale ad epoca romana,   come è ampiamente documentato da numerosi reperti. Furono proprio i   Romani, appunto, a costruire i primi strumenti per la spremitura delle olive   e a perfezionare sempre di più  le tecniche di conservazione dell&#8217;olio.<br />
La massima diffusione dell’olivicoltura in Irpinia si ebbe però in   era angioina, per poi svilupparsi in quella aragonese (XIV secolo) e consolidarsi   definitivamente nell’800.<br />
La testimonianza della presenza massiccia dell’olivo nell’Ufita è fornita   dalle ampie distese di alberi secolari nelle colline arianesi, cuore dell’olivicoltura   irpina. Nella sola “Città di Ariano”, nel 1794, erano presenti “<em>dodici     molini da macinar olive, chiamati volgarmente trappeti, a quali sono addetti     i cavalli per farli girare…</em>”, che diventano, agli inizi dell’800,   29 come afferma Nicola Flammia nella  “Storia della Città di Ariano”: “…<em>ci     sono 29 trappeti o frantoi di olive, quali dentro e quali fuori dell’abitato</em>”.<br />
Numerose sono anche le testimonianze storiche relative alla grande influenza   che l’olivo ebbe sull’economia delle popolazioni rurali della zona   che si specializzarono non solo nella produzione dell’olio, ma anche   in quella delle anfore, atte a contenere il già ricercato prodotto.<br />
All&#8217;alba del terzo millennio, l&#8217;olio di oliva dell’Ufita costituisce   ancora un prodotto carico di misticismo e soprattutto un componente fondamentale   della famosa dieta mediterranea, della quale molti esperti attestano gli aspetti   benefici per la salute.</p>
<p><strong> Area di produzione </strong></p>
<p>L&#8217;area di produzione dell&#8217;olio “Irpinia Colline dell&#8217;Ufita DOP” di   fatto coincide con quella di coltivazione della varietà che è assurta   a simbolo dello sviluppo dell&#8217;olivicoltura di qualità dell’Irpinia   e non solo: la Ravece.<br />
In particolare, l&#8217;area comprende 38 comuni dell&#8217;Ufita e della Media Valle del   Calore, in provincia di Avellino, che sono: Ariano Irpino, Bonito, Carife,   Casalbore, Castel Baronia, Castelfranci, Flumeri, Fontanarosa, Frigento, Gesualdo,   Greci, Grottaminarda, Lapio, Luogosano, Melito Irpino, Mirabella Eclano, Montaguto,   Montecalvo Irpino, Montefusco, Montemiletto, Paternopoli, Pietradefusi, San   Nicola Baronia, San Sossio Baronia, Sant&#8217;Angelo all&#8217;Esca, Savignano Irpino,   Scampitella, Sturno,<br />
Taurasi, Torella dei Lombardi, Torre le Nocelle, Trevico, Vallata, Vallesaccarda,   Venticano, Villamaina, Villanova del Battista, Zungoli.</p>
<p><strong>Dati   economici </strong></p>
<p>La superficie olivetata dell’area di produzione dell’olio  “Irpinia   Colline dell&#8217;Ufita DOP” si aggira intorno ai 3.500 ettari, con oltre   9000 aziende produttrici. La produzione dell’olio è pari a circa   25.000 q.li all’anno che corrispondono a due terzi circa della produzione   provinciale. Le aziende imbottigliatrici potenzialmente interessate alla produzione   dell’olio DOP sono una trentina. Il fatturato medio annuo è stimato   in  2,7 milioni di euro, valutando che la DOP interesserà, in fase   di avvio, il 15 % della produzione.<br />
Il riconoscimento della DOP e il crescente interesse commerciale verso tale   prodotto ha rivitalizzato l’intero comparto, in cui si registrano anche   significativi successi di aziende produttrici non solo sul mercato locale e   regionale ma anche presso la moderna distribuzione. Peraltro, da tempo l’offerta   di olio Ravece prodotto nell’area è percepita dai consumatori   come di alto livello di qualità e quindi elevata è la richiesta   del prodotto stesso che con la DOP dovrebbe ulteriormente rafforzarsi. Si segnala   anche una discreta presenza di produzione biologica che, sommata alla certificazione   con il marchio DOP, costituisce un’ulteriore opportunità commerciale   per le aziende produttrici.</p>
<p><strong>Registrazione</strong></p>
<p>La Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) “Irpinia – Colline   dell’Ufita” è stata riconosciuta, ai sensi del Reg. CE n.   510/06, con <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/reg-203-2010.pdf">Regolamento n. 203 del 10 marzo   2010</a> (pubblicato sulla GUCE n.   L 61 dell’11.03.2010). La <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/GUCE-olio-ufita.pdf">Scheda riepilogativa</a> è stata   pubblicata sulla GUCE C160 del 14 luglio 2009.<br />
Il riconoscimento nazionale era avvenuto con DM 10 ottobre 2005, pubblicato   sulla GURI n. 246 del 21 ottobre 2005, unitamente all’allegato <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/disciplinare-olio-irpinia-ufita.pdf">Disciplinare di produzione</a>.</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Colline Salernitane Olio extravergine di Oliva DOP</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 17:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prodotti tipici]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti tipici Salerno]]></category>
		<category><![CDATA[prodotti tipici campani]]></category>

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		<description><![CDATA[Descrizione del prodotto


L&#8217;olio extravergine di oliva DOP Colline Salernitane presenta, al consumo, un bel colore che va dal verde al giallo paglierino più o meno intenso; è limpido, a volte velato. All&#8217;olfatto mostra un deciso ed ampio sentore di fruttato di oliva pulita, con discrete note di foglia verde, di erba e di pomodoro acerbo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Descrizione del prodotto</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/olio.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2457" src="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/olio-150x129.jpg" alt="" width="150" height="129" /></a><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/oliosale-new.html">L&#8217;olio extravergine di oliva DOP Colline Salernitane</a> presenta, al consumo, un bel colore che va dal verde al giallo paglierino più o meno intenso; è limpido, a volte velato. All&#8217;olfatto mostra un deciso ed ampio sentore di fruttato di oliva pulita, con discrete note di foglia verde, di erba e di pomodoro acerbo. Al gusto rivela un sapore deciso e persistente, gradevolmente amaro e piccante, giustamente corposo, con buona ed equilibrata struttura e chiari sentori di carciofo, cardo e vegetali amari. Il retrogusto è pulito. L&#8217;acidità è sempre inferiore allo 0,70%.<br />
L&#8217;olio si ottiene dalla premitura di olive delle varietà autoctone della zona di produzione o di antica introduzione, da sole o congiuntamente: Rotondella, Frantoio, Carpellese o Nostrale per almeno il 65%; Ogliarola e Leccino in misura non superiore al 35 %, mentre è ammessa la presenza di altre varietà locali per un massimo del 20%.</p>
<p>La notevole presenza di note aromatiche fa prediligere l’uso   di   quest’olio su piatti di una certa consistenza, come minestre   a   base di legumi, gustose pastasciutte della tradizione campana e   grigliate di pesce.</p>
<p>Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali   dell’area delle Colline salernitane, che assicurano   all’olio che ne deriva l’elevato e noto pregio   qualitativo.   In alcuni comprensori si sono affermate soluzioni tecniche ed   organizzative molto innovative, come la raccolta e la potatura   meccanica delle olive.   Le olive destinate alla produzione dell’olio DOP   “Colline   Salernitane” devono essere raccolti esclusivamente a mano,   entro   il 31 Dicembre di ogni anno; è autorizzato l&#8217;ausilio di   mezzi   meccanici, come scuotitori e pettini vibranti. Le olive raccolte vanno   conservate e trasportate in cassette forate dalla capacità   massima di 25 Kg. e molite entro e non oltre il secondo giorno dalla   raccolta. Per l&#8217;estrazione dell&#8217;olio sono ammessi soltanto processi   meccanici e fisici che preservino il più fedelmente   possibile le   caratteristiche di qualità del frutto.</p>
<p>La produzione massima di olive non deve superare i 120 quintali ad   ettaro e la resa in olio non può superare il 20%.</p>
<p><strong>Cenni storici</strong></p>
<p>L’olio extravergine di oliva DOP “Colline Salernitane” ha radici antichissime, in quanto deriva da varietà autoctone da sempre presenti nel salernitano. L&#8217;olio trae la sua tipicità proprio dalla peculiarità del territorio, dotato di connotazioni pedoclimatiche, paesistiche, storiche, culturali ed economiche assolutamente originali. Esso si produce in un&#8217;area fortemente vocata alla coltivazione dell&#8217;olivo, caratterizzata da un patrimonio varietale particolarmente ricco e originale.<br />
Notizie certe ne fanno risalire la coltivazione agli antichi Focesi, coloni della Magna Grecia, che cominciarono a diffonderla nella Piana dell&#8217;Alento e nelle aree collinari circostanti. Fu poi attraverso l’occupazione del territorio da parte dei Romani che l’olivicoltura si diffuse in tutta l’area salernitana. Ancora oggi, alcune località derivano il proprio nome dalla presenza e coltivazione dell’olivo: Oliveto Citra, Olivella, Ogliara, ecc.<br />
Ancora oggi, passeggiando per questo territorio di eccezionale bellezza, è facile imbattersi in olivi millenari di grande taglia, nei quali è racchiusa la storia delle popolazioni locali, alle quali l’olivo ha assicurato, nei momenti più difficili, sicuro sostentamento.</p>
<p><strong>Area di produzione</strong></p>
<p>La zona di produzione e di lavorazione dell&#8217;olio extravergine di oliva DOP Colline Salernitane comprende 86 comuni della provincia di Salerno, presenti in una vasta area olivetata che comprende: la Costiera Amalfitana, la Valle del Calore, i Picentini, gli Alburni, l&#8217;Alto e Medio Sele, le colline del Tanagro e parte del Vallo di Diano.</p>
<p><strong>Dati economici e produttivi</strong></p>
<p>L&#8217;olivicoltura dell&#8217;area DOP “Colline Salernitane” si estende   su una superficie complessiva che supera i 19.000 ettari e rappresenta circa   la metà della superficie olivetata provinciale e il 33% di quella regionale.   Gli oliveti insistono prevalentemente nella fascia collinare del territorio   compreso nel disciplinare, impegnando circa 25 mila aziende agricole. Insostituibile è la   funzione che l’olivo svolge nell’area, sia dal punto di vista paesaggistico   che di conservazione e caratterizzazione del territorio. Nella campagna di   produzione olearia del 2005-06 risultano iscritte al registro dell’olio   DOP “Colline Salernitane” n. 837 aziende agricole per complessivi   2.195 ettari di oliveti, con una produzione conferita alla molitura di 5.455   q.li di olive. La produzione di olio certificato DOP è stata pari a   44.407 litri, prodotti in 11 frantoi ed imbottigliatori iscritti al registro.   Al momento è la DOP degli oli campani che registra i maggiori valori   in termini di prodotto certificato.</p>
<p><strong>Registrazione</strong></p>
<p>La Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) “Colline Salernitane” è stata riconosciuta, ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con <a title="collegamento ad un file pdf" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/reg-1065-1997.pdf">Regolamento (CE) n. 1065/97</a> (pubblicato sulla GUCE n. L 156/97 del 13 giugno 1997). Il riconoscimento nazionale è avvenuto con DM 6 agosto 1998, pubblicato sulla GURI n. 193 del 20 agosto 1998, unitamente all’allegato <a title="collegamento ad un file pdf" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/disciplinare-olio-salerno.pdf">Disciplinare di produzione</a>.</p>
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		<title>Cilento Olio extravergine di Oliva DOP</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 16:52:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prodotti tipici]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti tipici Salerno]]></category>
		<category><![CDATA[prodotti tipici campani]]></category>
		<category><![CDATA[prodotti tipici cilento]]></category>

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		<description><![CDATA[Descrizione del prodotto

L&#8217;olio Cilento DOP si ottiene dalla premitura di olive delle varietà Pisciottana, Rotondella, Ogliarola, Frantoio, Salella e Leccino per almeno l&#8217; 85%; possono, inoltre, concorrere altre varietà locali presenti nell&#8217;area di produzione in misura non superiore al 15%.
L&#8217;olio, al consumo, è di colore giallo paglierino con buona vivacità ed intensità; spesso limpido, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>Descrizione del prodotto</h5>
<p><a href="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/1345_olio.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2452" src="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/1345_olio-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p><a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/oliocile-new.html">L&#8217;olio Cilento DOP s</a>i ottiene dalla premitura di olive delle varietà Pisciottana, Rotondella, Ogliarola, Frantoio, Salella e Leccino per almeno l&#8217; 85%; possono, inoltre, concorrere altre varietà locali presenti nell&#8217;area di produzione in misura non superiore al 15%.<br />
L&#8217;olio, al consumo, è di colore giallo paglierino con buona vivacità ed intensità; spesso limpido, a volte velato. All&#8217;esame olfattivo mostra un leggero sentore di fruttato, talvolta con note di mela e di foglia verde. Il gusto è tenue e delicato di oliva fresca, fondamentalmente dolce con appena percettibili note vivaci di amaro e piccante. E&#8217; discretamente fluido, con evidenti sentori di pinolo e retrogusto di nocciola e mandorla. L&#8217;acidità è sempre inferiore al valore di 0,70%. La notevole presenza di note aromatiche fa prediligere l’uso di quest’olio su piatti di una certa consistenza, tipici dell’area di origine, come grigliate di pesce, insalate selvatiche, verdure bollite, legumi e primi piatti in genere.<br />
L&#8217;olio “Cilento” DOP è il frutto dell&#8217;armonizzazione delle più moderne tecnologie di lavorazione con una tradizione millenaria. A livello agronomico, particolare cura è posta durante le fasi della raccolta, del trasporto e della conservazione delle olive. Per essere ammesse alla produzione di olio DOP le olive devono essere raccolte rigorosamente a mano; è autorizzato l&#8217;ausilio di mezzi agevolatori meccanici, come scuotitori e pettini vibranti; le reti sono ammesse esclusivamente per agevolare le operazioni di raccolta, che deve essere effettuata entro il 31 dicembre di ogni anno.<br />
La produzione massima di olive ad ettaro è di 110 quintali, mentre la resa in olio massima è del 22%. Le olive vanno molite entro 48 ore dalla raccolta.</p>
<h5>Cenni storici</h5>
<p>La presenza dell&#8217;olio caratterizza da secoli il paesaggio cilentano e ne rappresenta la principale, e talvolta unica, risorsa delle popolazioni locali, tanto da divenire parte integrante della loro vita quotidiana.<br />
L&#8217;olivo nel Cilento, terra di miti e sede dell&#8217;omonimo Parco Nazionale, ha radici antiche. Recenti ricerche archeobotaniche hanno documentato la presenza dell&#8217;olivo già nel IV sec. a.C.. La tradizione, invece, vuole che le prime piante fossero introdotte dai coloni Focesi, una popolazione profuga di origine greca. Furono essi infatti ad introdurre la più antica varietà da olio locale, la Pisciottana, che resiste molto bene ai venti salmastri della zona, è molto produttiva anche in un comprensorio arido come il Cilento e ancora oggi conferisce all’olio Cilento la riconosciuta tipicità.<br />
L&#8217;olivo cilentano, tra i templi di Paestum e le rovine di Velia, ha imposto la sua presenza anche ai grandi poeti italiani del passato: &#8230;ulivi, sempre ulivi! in mezzo sono ulivi, come pecore a frotta&#8230; scrive Ungaretti in una sua lirica del 1933. Nel Cilento, inoltre, ha vissuto per molti anni anche il celebre nutrizionista americano Keys, il padre della Dieta mediterranea, che proprio all&#8217;olio di oliva attribuisce un ruolo principe, in quanto determina una riduzione del colesterolo serico, migliora la funzionalità dell&#8217;apparato cardiocircolatorio, e protegge l’organismo, con il suo corredo di sostanze fenoliche, da gravi alterazioni.</p>
<h5>Area di produzione</h5>
<p>La zona di produzione e di lavorazione dell&#8217;olio DOP Cilento comprende 62 comuni, posti a sud della provincia di Salerno, tutti inclusi nell’area del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano e tutti caratterizzati dalla presenza di olivi secolari, che rappresentano l&#8217;elemento dominante del paesaggio.</p>
<h5>Dati economici e produttivi</h5>
<p>Nell&#8217;area della DOP “Cilento” l&#8217;olivicoltura interessa complessivamente   oltre 18 mila ettari, pari al 30% circa del totale regionale e quasi al 50%   circa della sola provincia di Salerno. Le aziende agricole a destinazione olivicola   della zona sono circa 19 mila. Nella campagna di produzione olearia del 2005-06   risultano iscritti al registro della DOP “Cilento” n. 294 aziende   agricole per complessivi 1.304 ettari di oliveti, con una produzione conferita   alla molitura di 15.359 q.li di olive. La produzione di olio certificato DOP   nella campagna 2005-06 è pari a 32.645 litri prodotti in 6 frantoi iscritti   al registro. I dati confermano una lenta ma costante ascesa sia nel numero   delle imprese che del prodotto certificato.</p>
<h5>Registrazione</h5>
<p>La Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) “Cilento” è stata riconosciuta, ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con <a title="collegamento ad un file pdf" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/reg-1065-1997.pdf">Regolamento (CE) n. 1065/97</a> (pubblicato sulla GUCE n. L 156/97 del 13 giugno 1997). Il riconoscimento nazionale è avvenuto con DM 6 agosto 1998, pubblicato sulla GURI n. 193 del 20 agosto 1998, unitamente all’allegato <a title="collegamento ad un file pdf" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/disciplinare-olio-cilento.pdf">Disciplinare di produzione</a>.</p>
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		<title>Mozzarella di Bufala Campana</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 16:49:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prodotti tipici Caserta]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti tipici Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti tipici Salerno]]></category>
		<category><![CDATA[prodotti tipici campani]]></category>
		<category><![CDATA[prodotti tipici cilento]]></category>

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		<description><![CDATA[Descrizione del prodotto


Elementi di tipicità di questo formaggio fresco a pasta filata, sono soprattutto costituiti dalla materia prima impiegata, il latte fresco di bufala, particolarmente ricco in grasso e proteine, e dalla filatura. Operazione, quest’ultima, consistente nel lavorare a mano la pasta del formaggio a fine maturazione con acqua bollente fino a farla “filare”, in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Descrizione del prodotto</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/mozzarella1_thumb.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2449" src="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/mozzarella1_thumb-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
</strong></p>
<p>Elementi di tipicità di questo <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/mozzarel-new.html">formaggio fresco </a>a pasta filata, sono soprattutto costituiti dalla materia prima impiegata, il latte fresco di bufala, particolarmente ricco in grasso e proteine, e dalla filatura. Operazione, quest’ultima, consistente nel lavorare a mano la pasta del formaggio a fine maturazione con acqua bollente fino a farla “filare”, in modo da ottenere la particolare consistenza del prodotto finale ed il caratteristico “bouquet”, determinato dalla microflora particolare che si sviluppa durante le varie fasi della lavorazione. La filatura si avvale di un mestolo e di un bastone, entrambi in legno, sollevando e tirando continuamente la pasta fusa fino ad ottenere un impasto omogeneo. Segue poi la formatura, che in molti caseifici si esegue ancora a mano con la tradizionale “mozzatura”, che il casaro effettua con il pollice e l’indice della mano. Le mozzarelle così prodotte vengono poi lasciate raffreddare in vasche contenenti acqua fredda e infine salate.<br />
La crosta è sottilissima e di colore bianco porcellanato, mentre la pasta non presenta occhiature ed è leggermente elastica nelle prime otto-dieci ore dalla produzione, e poi sempre più fondente. Il disciplinare, oltre alle classiche forme tondeggianti, prevede altre tipologie commerciali: i bocconcini, le ciliegine, le perline, i nodini, gli ovolini e le famosissime “trecce”. Il peso varia secondo la forma, da 10 a 800 grammi (3 kg per le trecce). E’ ammessa anche l’affumicatura, un antico e tradizionale processo naturale di lavorazione, ma in tal caso la denominazione di origine deve essere seguita dalla dicitura “affumicata”.<br />
Mediamente occorrono 4,2 litri di latte di bufala per produrre un chilogrammo di mozzarella.</p>
<p><strong>Cenni storici</strong></p>
<p>Le origini del prodotto sono direttamente all’introduzione del bufalo in Italia. Numerose sono le ipotesi sull&#8217;epoca di introduzione in Italia del bufalo, originario dell&#8217;India orientale. Secondo alcuni autori la bufala italiana avrebbe origine autoctone, per il ritrovamento di reperti fossili nella campagna romana, altri sostengono che essa sia stata introdotta in seguito all&#8217;invasione dei Longobardi, altri ancora dicono che furono i re Normanni intorno all’anno 1000.<br />
La confusione si pensa sia stata generata dal fatto che, con il termine di bubalus, in epoca romana si indicavano buoi, alci ed altri ruminanti tra cui i buoi selvatici. Le prime notizie documentate sulla presenza del bufalo in Italia risalgono intorno al XII-XIII secolo d.C. (Archivio Abbazia Farpa), soprattutto a seguito dell’impadulamento del basso versante tirrenico. La parola “Mozzarella” deriva certamente dal termine “mozzare”, operazione di formatura praticata tradizionalmente a mano nella fase finale della lavorazione. Tale termine appare per la prima volta in un testo di cucina citato da un cuoco della corte papale nel XVI secolo. Ma già nel XII secolo, i monaci del monastero di S. Lorenzo in Capua (CE) usavano offrire, per la festa del santo patrono, una “mozza o provatura” accompagnata da un pezzo di pane. I Borboni prestarono molta attenzione all&#8217;allevamento del bufalo tanto da creare un allevamento nella tenuta reale di Carditello dove nella metà del &#8216;700, insediarono anche un caseificio. Nella piana del Volturno ed in quella del Sele esistono ancora le antiche bufalare, costruzioni circolari in muratura con al centro un camino per la lavorazione del latte e con piccoli ambienti addossati alle pareti destinati all&#8217;alloggio dei bufalari. Particolarmente caratteristica è quella presente all’azienda agricola sperimentale “Improsta” ad Eboli, di proprietà regionale.</p>
<p><strong>Area di produzione</strong></p>
<p>L&#8217;area di produzione è localizzata nell&#8217;intero territorio delle province di Caserta e Salerno, nei comuni di Amorosi, Dugenta e Limatola in provincia di Benevento, e in quelli di Acerra, Giugliano, Pozzuoli, Qualiano, Arzano, Cardito, Frattamaggiore, Frattaminore e Mugnano di Napoli in provincia di Napoli, oltre che in alcuni comuni delle province di Frosinone, Latina, Roma, Foggia e Isernia.</p>
<p><strong>Dati economici e produttivi</strong></p>
<p>Negli ultimi decenni il patrimonio bufalino, nell’area di produzione, è notevolmente   aumentato, inversamente alla riduzione numerica della popolazione bovina. Questo   processo, intensificatosi negli ultimi 15-20 anni, ha favorito lo sviluppo   dell’intera filiera, cui sono impegnati oltre 2.000 imprenditori e 250   caseifici (anche se i caseifici iscritti alla DOP sono 128), e che a sua volta   alimenta un indotto che oggi vede impegnati nell’area DOP oltre 20 mila   addetti. Attualmente il patrimonio bufalino si aggira intorno a 250.000 capi,   di cui circa 130 mila bufale in lattazione, distribuiti in 1850 allevamenti.   L&#8217;80% è distribuito nell&#8217;ambito del territorio campano, il restante   20% è dislocato nel basso Lazio, in Puglia e in Molise. Mediamente si   producono circa 33 mila tonnellate di Mozzarella di bufala campana DOP all&#8217;anno   (dati 2008: 31.960 t), con un incremento medio costante nell’ultimo decennio   (anche se nel 2007-08 per i noti fatti ambientali la produzione ha subito un   certo rallentamento). Il fatturato espresso dal comparto si aggira intorno   ai 400 milioni di euro, con un aumento del 5% annuo delle esportazioni. La   percentuale di mozzarella dop venduta all’estero è di circa il   18% del totale formaggi italiani. Il consumo presenta un trend positivo con   un incremento annuo pari a circa il 10%.</p>
<p><strong>Registrazione</strong></p>
<p>La denominazione “Mozzarella di Bufala Campana” è stata riconosciuta con <a title="documento pdf" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/reg-1107-1996.pdf">Regolamento CE n. 1107/96</a> (pubblicato sulla <acronym title="Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea">GUCE</acronym> L 148/96 del 21 giugno 1996). Il riconoscimento nazionale era avvenuto con DPR 10 maggio 1993 (pubblicato sulla G.U. del 17 settembre 1993) unitamente al Disciplinare di produzione.<br />
Precedentemente al Reg. CE n. 2081/92, la denominazione di origine era già stata riconosciuta a livello nazionale con il DPR 15 settembre 1988 (pubblicato sulla G.U. n. 44 del 22 febbraio 1989).<br />
Successivamente, con Decreto ministeriale del 7 aprile 1998, il MiPAF ha determinato gli elementi di etichettatura per la denominazione registrata, mentre con successivo Decreto del 21 luglio 1998 ha stabilito i criteri per l’utilizzo dei termini di designazione del prodotto.<br />
Con successivo <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/reg-103-2008.pdf">regolamento CE n. 103/2008</a> (pubblicato sulla GUCE L31 del 5 febbraio 2008) sono state approvate alcune modifiche al <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/disciplinare-mozzarella-bufala.pdf">disciplinare di produzione</a> in ordine alla disciplina produttiva e all&#8217;ampliamento dell&#8217;area di produzione (le modifiche al disciplinare sono state pubblicate sulla G.U. n. 47 del 25.02.2008, pag. 36)</p>
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		<title>Fico Bianco del Cilento</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 16:45:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milena</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Descrizione del prodotto


La Denominazione geografica protetta “Fico bianco del Cilento” è riferita al prodotto essiccato della cultivar “Dottato”, pregiata varietà di fico diffusa in tutto il Mezzogiorno. In particolare, il prodotto tutelato è quello derivato da uno specifico ecotipo della cultivar Dottato, che si è andato selezionando e diffondendo nel Cilento nel corso dei secoli: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Descrizione del prodotto</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/fichi-cilento.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2446" src="http://www.turismocampano.it/wp-content/uploads/2010/09/fichi-cilento-150x140.jpg" alt="" width="150" height="140" /></a><br />
</strong></p>
<p>La Denominazione geografica protetta <a href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/fico-new.html">“Fico bianco del Cilento”</a> è riferita al prodotto essiccato della cultivar “Dottato”, pregiata varietà di fico diffusa in tutto il Mezzogiorno. In particolare, il prodotto tutelato è quello derivato da uno specifico ecotipo della cultivar Dottato, che si è andato selezionando e diffondendo nel Cilento nel corso dei secoli: il &#8220;Bianco del Cilento&#8221;.<br />
Prodotto avente caratteristiche uniche e di assoluto pregio, apprezzate anche all&#8217;estero, il “Fico bianco del Cilento” DOP deve la sua denominazione al colore giallo chiaro uniforme della buccia dei frutti essiccati, che diventa marroncino per i frutti che abbiano subito un processo di cottura in forno. La polpa è di consistenza tipicamente pastosa, dal gusto molto dolce, di colore giallo ambrato, con acheni prevalentemente vuoti e ricettacolo interno quasi interamente pieno. Tali caratteristiche, considerate di eccellenza per la categoria commerciale dei fichi essiccati, sono appunto i tratti distintivi che qualificano il “Bianco del Cilento” DOP sui mercati.<br />
Confezionati al naturale in diverse forme (cilindriche, a corona, sferiche, a sacchetto) i fichi del Cilento sono commercializzati anche nella maniera antica, posti cioè alla rinfusa in cesti fatti di materiale di origine vegetale che possono arrivare anche a venti chili di peso. Una preparazione tradizionale ancora in uso è quella che vede i fichi “steccati”, infilati cioè in due stecche di legno parallele per formare le “spatole” o “mustaccioli”.<br />
Il “Fico Bianco del Cilento” DOP è posto in commercio anche farcito con mandorle, noci, nocciole, semi di finocchietto, bucce di agrumi (ingredienti provenienti dallo stesso territorio di produzione) o ricoperto di cioccolato, od anche immerso nel rum, con l&#8217;obiettivo di ampliare la gamma dell&#8217;offerta, soprattutto nel periodo natalizio. Sempre più ricercati sono anche i fichi essiccati e poi dorati al forno, soprattutto quelli farciti. Pregiati, ma sempre più rari per gli alti costi di preparazione, sono i fichi mondi, senza buccia, dal colore chiarissimo tendente al bianco puro e dal sapore prelibato.<br />
Le pregevoli caratteristiche del prodotto così come descritte sono dovute, oltre che alle qualità intrinseche della varietà Dottato, anche all’ambiente di coltivazione e di lavorazione dei frutti. Infatti, l’azione mitigatrice del mare e la barriera posta dalla catena degli Appennini alle fredde correnti invernali provenienti da nord-est, insieme alla buona fertilità del suolo e ad un ottimale regime pluviometrico rappresentano le ideali condizioni pedo-climatiche per la produzione dei fichi del Cilento. Inoltre, va posto giusto rilievo al fatto che, oltre alla coltivazione, anche le fasi di essiccazione e lavorazione del prodotto si svolgono per intero nell’area geografica di produzione, presso strutture agricole ed edifici rurali, in un armonico processo di interazione tra prodotto, uomo ed ambiente. La semplicità di coltivazione e la resistenza della pianta ad avversità fitopatologiche, poi, hanno permesso alla coltura di guadagnare anche il gradimento del coltivatore cilentano che ha collocato da sempre il fico nella propria azienda, in coltura specializzata o consociata.<br />
Non va dimenticata, inoltre, la funzione svolta da questa coltivazione nel mantenimento del paesaggio e dello spazio rurale, dal quale appare ormai quasi inscindibile.</p>
<p><strong>Cenni storici</strong></p>
<p>L&#8217;introduzione nel Cilento del fico sembra essere precedente al VI secolo a. C. Essa è da attribuire ai coloni greci che in quest’area avevano fondato diverse città.<br />
Celebri autori dell&#8217;epoca romana hanno decantato le caratteristiche dei prodotti agricoli del Cilento tra i quali i fichi essiccati. In molti documenti, infatti, appare evidente come il fico essiccato sia identificativo dell&#8217;area del Cilento. Catone, e poi Varrone, raccontavano che i fichi essiccati erano comunemente utilizzati nel Cilento e nella Lucania come base alimentare della manodopera impiegata nei lavori dei campi. E&#8217; facile capire come questa convivenza millenaria abbia condizionato fortemente la cultura locale, cosa che traspare nelle espressioni idiomatiche, nelle storie, nelle fiabe ed in tutto ciò che è espressione dell&#8217;immaginario umano.<br />
Ancora, nella metà del 1400 è documentata, nel &#8220;Quaterno doganale delle marine del Cilento” (1486), l&#8217;esistenza di una fiorente attività di produzione e commercializzazione di fichi secchi, avviati sui principali mercati italiani come alimento di pregio. Il “Fico Bianco del Cilento” DOP si è andato quindi gradualmente evolvendo, da &#8220;pane dei poveri&#8221;, come un tempo veniva definito, ad alimento pregiato da consumare soprattutto nel periodo natalizio.<br />
I fichi, pertanto, sono stati da sempre una notevole fonte di reddito ma anche alimento di base per le popolazioni locali in difficili periodi storici, grazie all&#8217;abbondanza degli stessi ed alla possibilità di conservarli per l&#8217;intero periodo dell&#8217;anno con l&#8217;essiccazione. Si deve infatti alla secolare tenacia e alla capacità dei produttori cilentani se oggi disponiamo di un prodotto di assoluta qualità. Le piante di fico da millenni hanno così contribuito a caratterizzare il paesaggio rurale del Cilento diventandone, insieme all’olivo, l’icona della locale civiltà contadina..</p>
<p><strong>Area di produzione</strong></p>
<p>La zona di produzione del “Fico Bianco del Cilento” DOP comprende ben 68 comuni, posti a sud di Salerno, dalle colline litoranee di Agropoli fino al Bussento e in gran parte inclusi nell’area del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano.</p>
<p><strong>Dati economici e produttivi</strong></p>
<p>La fichicoltura nel Cilento rappresenta ancora oggi una risorsa economica   ed occupazionale non disprezzabile. Attualmente, con oltre il 25% della produzione   nazionale, la Campania è la regione italiana che vanta la maggiore produzione   di fichi, con circa 11 mila tonnellate di prodotto fresco annue, provenienti   da circa 8.000 ettari.</p>
<p>Il Cilento, da solo, partecipa per circa il 70-75% della produzione totale   Campania, in quanto il raccolto medio annuo si aggira sulle 7-8.000 tonnellate   di fresco. Di queste, però, solo 1-1.200 tonnellate all’anno sono   destinate all’essiccazione (2 mila fino a qualche anno fa). I motivi   sono noti e sono da attribuire soprattutto al lievitare eccessivo dei costi   di lavorazione non ripagati in giusta misura, anche per l’agguerrita   concorrenza della produzione extracomunitaria, soprattutto di origine turca.   Il riconoscimento comunitario della DOP potrà favorire un’inversione   di tendenza soprattutto se gli operatori dell’intera filiera sapranno   ottimizzare questa grande opportunità loro offerta.</p>
<p>Il 70% del prodotto è lavorato in stabilimenti semi-industriali, ed   il 30% da imprese artigiane.</p>
<p>Nel 2005 al sistema di controllo e certificazione della DOP hanno aderito   n. 30 aziende agricole per una superficie complessiva di circa 62 ettari di   ficheti iscritti al registro. Le imprese confezionatrici sono state due che   hanno finora immesso al consumo 67 quintali di prodotto DOP.</p>
<p><strong>Registrazione</strong></p>
<p>La Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) “Fico Bianco del Cilento” è stata   riconosciuta, ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con <a title="collegamento ad un file pdf" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/reg-417-2006.pdf">Regolamento   (CE) n. 417/2006</a> (pubblicato sulla GUCE n. L72 dell’11 marzo 2006). L’iscrizione   al registro nazionale delle denominazioni e delle indicazioni geografiche protette è avvenuta   con provvedimento ministeriale del 30.03.06, pubblicato sulla GURI n. 84 del   10.04.04, unitamente al <a title="collegamento ad un file pdf" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/disciplinare-fico-cilento.pdf">Disciplinare   di produzione</a> e alla <a title="collegamento ad un file pdf" href="http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/pdf/GUCE-fico-cilento.pdf">Scheda   riepilogativa</a> (già pubblicata sulla GUCE n. C137 del 4.06.05).</p>
<p><strong>Organismo di controllo</strong></p>
<p>L&#8217;organismo di certificazione autorizzato è l&#8217;Is.Me.Cert. (Istituto Mediterraneo per la Certificazione dei prodotti e dei processi nel settore agroalimentare), Corso Meridionale, 6 80143 Napoli   tel. 081.5636647 &#8211; fax: 081.5534019 (sito web: <a title="link ad un sito esterno" href="http://www.ismecert.it/" target="_blank"><span style="color: #006600">www.ismecert.it</span></a>)</p>
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